Premessa
I
boschi nel nostro Paese hanno seguito, come in gran parte del pianeta,
l’evoluzione del genere umano. E’
necessario partire proprio da questa semplice affermazione per comprendere
come in realtà l’attuale assetto del manto forestale non sia altro che
la risultante di una millenaria antropizzazione che ha radicalmente trasformato
le originarie selve.
L’uomo ha profondamente
alterato non solo l’estensione del bosco ma anche la sua composizione,
cioè la rappresentatività delle varie specie al suo interno.
Tanto per fare qualche esempio,
basti pensare all’enorme diffusione del castagno avvenuta soprattutto
per soddisfare le necessità alimentari delle popolazioni montane. Oppure
alla scomparsa dell’abete bianco in alcune zone dove si trovava consociato
ad altre specie meno indicate, però, per ricavarne legname da opera. O
ancora, in altre zone, alla distruzione dei querceti planiziari per far
posto all’agricoltura.
Ciò
nonostante nell’ultimo mezzo secolo è stata accertata la progressiva espansione
del bosco, il che sembra contrastare con l’opinione assai diffusa che
individua il bosco come elemento vulnerabile del territorio.
Tale
errata convinzione ha portato ad una legislazione vincolistica che certamente
non giova al suo stesso equilibrio. Il progressivo abbandono delle pratiche
selvicolturali, che sembra peraltro inesorabile in una società moderna
basata sulla produzione e sul consumo di ben altri materiali e combustibili,
certamente non contribuisce alla sua riqualificazione sotto il profilo
ecologico e produttivo.
Non
può essere sottaciuto che oggi il bosco non viene quasi più tagliato,
non certo per motivi di tutela naturalistica quanto piuttosto per ragioni
squisitamente economiche.
Paradossalmente, quindi, sarebbe stato più giusto adottare severe norme
di tutela nel passato, quando cioè il bosco era al centro dell’economia
di montagna e la pressione su tale risorsa era quindi molto più evidente
in tutte le sue forme.
Anche oggi i boschi seguono
le sorti dell’economia: quelli che sono in grado di produrre reddito continuano
ad essere “governati”, cioè coltivati (per alcuni solo “sfruttati”) secondo
norme che ne assicurano la rinnovazione e quindi il perpetuarsi del ciclo
produttivo; quelli che non hanno tali caratteristiche sono da tempo all’abbandono
e non si intravede, per il momento, alcuna concreta iniziativa che possa
far riacquistare interesse per tale risorsa.
Ed
è proprio tenendo conto di queste premesse che andiamo ad affrontare il
tema delle specie forestali presenti in Italia.
Semplificando al massimo, si può sommariamente distinguere tra quelle
a larghissima diffusione, che sono quindi da considerarsi specie prevalenti
nella nostra penisola e formano diffusamente boschi puri o boschi misti
anche di vastissima estensione cui solitamente attribuiscono il nome(es.faggeta-querceto-castagneto-pineta-abetina-lariceto-ecc.)
e quelle la cui presenza è quasi sempre subordinata alle specie prevalenti
e sono quindi considerate specie secondarie o sporadiche. Si tratta
di specie poco socievoli e quindi non formano, di norma, boschi puri.
Una
particolare consociazione, inoltre, è rappresentata dalla macchia mediterranea,
costituita da specie che non raggiungono un vero portamento arboreo a
causa del degrado provocato dall’uomo (incendi, tagli, pascolo). Le specie
forestali presenti raggiungono un modesto sviluppo (fino a 4-5 metri d’altezza)
e anch’esse possono mescolarsi, nelle più diverse situazioni, con varie
altre specie pur essendo considerate esclusive solo degli ambienti a clima
mediterraneo.
Solo
in limitate porzioni di territorio, sfuggite all’azione di degrado, tali
specie resistono ancora nella forma arborea; è il caso della lecceta dove
la specie dominante, il leccio, caratterizza in forma arborea l’intero
soprassuolo.
Le
schede
Tale suddivisione in tre gruppi è molto schematica e poco rigorosa,
ma consente di farsi un’idea sul complesso panorama forestale italiano
– ricchissimo di specie e quindi particolarmente pregiato in termini di
biodiversità - semplicemente sfogliando le schede più avanti riportate.
Va detto che non sempre le specie incluse nell’uno o nell’altro gruppo
ne fanno parte a pieno titolo.
Sono
frequenti, infatti, i casi di comportamento inverso: accade cioè che alcune
specie considerate come prevalenti vadano a mescolarsi ad altre
della stesso gruppo. Così, ad esempio, nel castagneto si trovano sovente
le querce, nella faggeta si diffonde l’abete bianco e sono frequenti i
boschi misti di abeti e larice. Oppure specie che sono considerate secondarie,
in genere molto
frequenti
nei boschi misti, abbiano una tale diffusione da caratterizzare porzioni
anche estese del soprassuolo: è il caso dell’ontaneto, del carpineto e
di altre ancora.
E’ un disordine solo apparente,
determinato in parte dal grado di adattamento delle varie specie all’ambiente,
in parte da quanto le stesse siano “socievoli” (gradiscono cioè la presenza
di molti altri individui della stessa specie) ed in parte dall’azione
dell’uomo che ha contribuito a diffondere o a far regredire alcune specie
forestali per soddisfare le proprie esigenze di pascolo, di coltivazione
e di legname.
In
questo quadro, tenuto conto della finalità non certo scientifica del presente
lavoro, si ritiene possibile affrontare solo a grandi linee il tema della
distribuzione delle specie forestali che richiederebbe ben altri spazi
ed approfondimenti.
In ogni caso i riferimenti all’uno o all’altro gruppo riflettono
la generale tendenza che si riscontra in natura.
Uno schematismo meno spinto
avrebbe certamente consentito di cogliere, ad esempio, i molti aspetti
del cosiddetto “bosco
misto”, caratterizzato da consociazioni estremamente variabili – cioè
mescolate tra loro in varia misura – in relazionealle diverse situazioni
climatiche e di natura del terreno.
Spesso
il bosco misto è anche di difficile inquadramento a causa della diversa
composizione che può avere su versanti opposti di uno stesso rilievo,
in funzione della quota e della fertilità del suolo.
A ciò vanno aggiunte le modifiche apportate dall’uomo, soprattutto
con l’introduzione di conifere. Per comprendere l’importanza del bosco
misto può bastare un solo dato: esso rappresenta, in Italia, il 52% dei
boschi cedui, il che vuol dire oltre 1.900.000
ettari di superficie.
Per
quanto riguarda le fustaie, invece, considerando le più diverse composizioni
nei rapporti tra conifere e latifoglie, il bosco misto si estende per
circa 300.000 ettari pari a circa il 15% del totale delle fustaie.
Alcune
specie non sono volutamente menzionate in questo lavoro: si tratta di
provenienze esotiche introdotte a scopo ornamentale o per rimboschimenti.
Molte di esse sono ormai naturalizzate nel nostro Paese, ma si preferisce
comunque restringere la trattazione degli alberi forestali alle sole specie
indigene, quelle cioè che da sempre fanno parte della storia e del paesaggio
del nostro territorio.
E’ sicuramente un buon avvìo per chi si avvicina da neofita agli alberi
del bosco.
Le notizie relative alla
diffusione delle varie specie sono tratte dall’Inventario Forestale Nazionale
realizzato nel 1985 dal Corpo Forestale dello Stato.
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