Come reagiscono
alcune specie vegetali
E c'è
chi si adatta al fuoco
di
FRANCO ZAVAGNO
Ecologo vegetale
Lungi dal risultare
un'esclusiva dei nostri giorni, il fuoco rappresenta da sempre uno dei fattori
naturali più importanti negli ecosistemi mediterranei.
Oltre alle notizie storiche disponibili, a testimoniarlo sono i numerosi adattamenti
evoluti da molte specie vegetali, in particolare arboree, come risposta al ripetersi
degli incendi.
Un esempio significativo ci è fornito dalla quercia dasughero, la cui corteccia
così particolare, che può raggiungere anche i 10 cm e più di spessore, è un
materiale ignifugo per eccellenza.isola infatti i tessuti conduttori proteggendoliefficacemente
dall'attacco di agenti esterni; proprio per queste caratteristiche il sughero
viene largamente impiegato come coibente nel rivestimento di pareti e locali.
Dati i tempi necessari affinché un tale carattere compaia, è facile comprendere
come il fuoco abbia rappresentato per millenni una costante, che ne ha favorito
l'espressione.
Tutto ciò è noto agli abitanti delle regioni mediterranee (pensiamo alla Sardegna
dove la sughera è uno degli elementi più tipici del paesaggio) che spesso hanno
usato il fuoco come mezzo di controllo della vegetazione, peraltro senza conseguenze
irreversibili (ben più ha potuto l'urbanizzazione dei litorali).
Seppur in misura meno evidente, lo stesso adattamento è presente in diverse
altre querce che possiedono, infatti, una corteccia spessa e rugosa: talvolta
il fuoco percorre il bosco radente il terreno, interessando gli strati più bassi
e danneggiando solo parzialmente la chioma degli alberi.
Dopo il suo passaggio, restano i tronchi anneriti alla base, la lettiera e le
erbe del sottobosco bruciate.
Durante la stagione estiva però, quando si verifica la maggior parte degli incendi,
la componente erbacea è per lo più secca, scarsamente vulnerabile e in grado
di riprendere a vegetare rigogliosamente dopo le prime piogge autunnali.
Un'altra forma di adattamento all'incendio è presente in molte specie di pini,
tra cui il pino domestico (Pinus pinea) e il pino marittimo (Pinus pinaster).
Si tratta, in questo caso, di essenze resinose facili esche per il fuoco, quindi
intrinsecamente a rischio, uno dei motivi che ne sconsiglierebbero l'uso massiccio
nei rimboschimenti, che invece viene fatto.Anche in questo caso c'è comunque
un risvolto interessante: i semi sono racchiusi in pigne dalle squame fortemente
lignificate, che spesso cadono al suolo ancora chiuse.
Il fuoco non riesce generalmente a danneggiare i semi, efficacemente protetti,
ma le temperature elevate che si raggiungono causano l'apertura delle pigne
favorendo la dispersione dei semi stessi.
La morte della pianta che li ha prodotti ha quindi come effetto quello di garantirne
la riproduzione e di creare condizioni ottimali per la crescita: i pini, infatti,
ben si adattano a condizioni di suolo scoperto, privo di copertura vegetale
come avviene dopo gli incendi di maggiore intensità.
Frugali e amanti della luce, ridanno vita ben presto a rigogliosi e fitti popolamenti
che tendono a divenire stabili, se il fenomeno si ripete con frequenza.
Potrebbe, a questo punto, sembrare che si stiano tessendo le lodi del fuoco:
no, semplicemente si vogliono dare contorni più veritieri a un evento comunque
ricorrente, che accompagna la vita degli ecosistemi forestali sicuramente da
molto prima che l'uomo facesse la sua comparsa sul pianeta.
Nell'immaginario collettivo, non si fa forse risalire la scoperta del fuoco
all'osservazione di un tronco incendiato dal fulmine? (quanti disegni lo hanno
raffigurato sulle pagine dei libri di scuola?). Prenderne atto significa inquadrare
e affrontare i problemi ambientali in un'ottica meno antropocentrica di quanto
non si sia fatto sinora.
Molti sono stati i ripensamenti in proposito da parte degli studiosi: emblematico,
al riguardo, il caso del grande incendio del 1988 nel Parco di Yellowstone,
quando vennero interessati dal fuoco 2.900 kmq di foresta, circa 1/3 della superficie
totale.Che ha consentito, paradossalmente, di conoscere meglio la dinamica evolutiva
che ne consegue e il ruolo del fuoco nel ciclo dei nutrienti degli ecosistemi
forestali
.Una logica interventista, e proprio perciò antropocentrica, vorrebbe che si
evitassero tali eventi, limitandone la portata e circoscrivendoli con ogni mezzo.
Tutela dell'ambiente sta però acquisendo sempre più, nell'ambito del dibattito
ecofilosofico in atto oggi nel mondo, il significato di salvaguardia della naturalità
dei processi, piuttosto che di uno status quo espressione della razionalità
umana più che di fattori naturali.
Da questo dibattito stanno nascendo impostazioni del tutto nuove nei confronti
dell'ecologia in cui l'uomo, ammalato di protagonismo, vuole comunque essere
attore principale e plasmatore della realtà.
Contro una logica profonda di tutela della natura, che non sia solo frutto della
nostra cattiva coscienza e della voglia di primeggiare che sembra non volerci
abbandonare, anche nel "bene".
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