Sanremo 29/30/Marzo 1996
ENRICO MARTINI
Docente di Botanica. e Geobotanica presso l'università di Genova.
Sono lieto
che nell'ambito di questo convegno mi sia stata offerta la possibilità di accennare
alle cause degli incendi: è questo un argomento che ben di rado viene approfondito
come merita; la mancata conoscenza dei reali termini del problema comporta una
serie di errori strategici e tattici nella lotta agli incendi, che hanno pesanti
riflessi anche sotto il profilo economico.
Pure l'argomento del ricupero delle aree degradate dal passaggio ripetuto del
fuoco merita approfondimenti, soprattutto perché vari tecnici del settore mi
hanno dimostrato di non tenere il passo dei tempi e di ignorare le tecnologie
che la modema ecologia applicata pone a disposizione dei pianificatori territoriali.
Nelle lezioni
di Geobotanica che svolgo all'Università di Genova per i laureati in Architettura
e in Ingegneria iscritti alla Scuola di specializzazione in Architettura dei
giardini, progettazione e assetto del paesaggio, gli argomenti cui tra breve
accennerò mi impegnano per otto ore, nel corso delle quali proietto 600 diapositive.
E' chiaro, quindi, che in questa sede dovrò limitarmi ad accennare soltanto
ad alcuni aspetti basilari, apparendo certamente lacunoso, superficiale e forse
anche "tranciatore di giudizi poco motivati o gratuiti".
Invito chi volesse approfondire i temi cui accenno a leggere il libro che ho
scritto, "Boschi in fiamme: perché, come, che fare", edito dalla SAGEP
di Genova.
In via preliminare
voglio sottolineare con forza che in Italia, a proposito del problema degli
incendi, si fa davvero troppo poco a livello di prevenzione: ci si è specializzati
nel condurre una guerra difensiva, cioè nel limitare i danni una volta che gli
incendi siano stati appiccati, ma non si fa quasi nulla per impostare una guerra
offensiva, impedendo agli incendiari dolosi di svolgere la loro onorata attività:
solo un regolare pattugliamento del terreno, specie nei periodi di massimo rischio,
può esercitare un'adeguata azione deterrente: aerei ed elicotteri col buio non
volano e comunque, anche nelle ore diurne, non consentono di identificare un
incendiano doloso all'opera; ugualmente inefficaci, a questo riguardo, sono
i costosissimi punti di avvistamento provvisti di telecamere munite di sensori
a raggi infrarossi.
La presenza assidua dell'uomo sul territorio è il miglior deterrente: si impieghino
adeguatamente gli obiettori di coscienza, gli agenti ecologici provinciali effettivi,
quelli ecologici volontari (di cui ogni Amministrazione regionale dovrebbe dotarsi).
Ideale sarebbe l'impiego di reparti dell'esercito (per due mesi giovani militari
imparano e in seguito vivacchiano attendendo il congedo, sostenendo sulle loro
spalle una farraginosissima ed obsoleta "macchina da guerra").
Ideale sarebbe pure una nuova normativa che consentisse ai giovani di svolgere
il servizio di leva nel Corpo Forestale, per la durata di 12 mesi e come soldati
a tutti gli effetti (quindi armati); in tal modo, nelle zone a rischio e nei
periodi di massima pericolosità, ogni Forestale esperto potrebbe disporre di
un manipolo di giovani da destinarsi al pattugliamento del territorio e alla
lotta al fuoco (previo un corso di specializzazione: in casi del genere vanno
bandite le improvvisazioni, pur generose).
Nel resto
dell'anno questi giovani potrebbero essere impiegati per riaprire sentieri e
mulattiere, occluse dallo sviluppo della vegetazione, e per liberare il suolo
dalle infestanti nelle aree agricole abbandonate e nei boschi invasi da rovi
e vitalbe.
In Francia un simile esperimento si sta conducendo; in Italia lo chiedo da vent'anni,
inascoltato: mi è stato, anzi, risposto ufficialmente che i giovani devono difendere
i sacri e inviolabili confini della Patria.
Venendo all'argomento delle cause degli incendi in Italia in estrema sintesi ricordo che queste possono essere distinte in quattro categorie: naturali, accidentali, colpose e dolose.
Le uniche cause naturali di incendio che si possano riscontrare in Italia sono legate alla caduta di fulmini non seguiti da una sufficiente precipitazione piovosa, oppure, nel corso di un'eruzione vulcanica, a seguito del contatto di materiale igneo con la vegetazione contigua. Non si parli di autocombustione!
Gli incendi appiccati accidentalmente possono avere diversa origine: ad esempio un veicolo che prenda fuoco può appiccarlo alla vegetazione circostante.
Gli incendi colposi sono, in prevalenza, legati alle pratiche agricole: il fuoco, impiegato come mezzo per eliminare residui vegetali indesiderati, può estendersi al manto vegetale contiguo. Tale fonte di incendi appare in aumento per l'invecchiamento dei contadini e per lo svilupparsi di un'agricoltura "di fine settimana" da parte di soggetti che svolgono attività lavorative differenti e, il sabato e la domenica, si improvvisano agricoltori.
Nella notte
di Capodanno vari incendi colposi vengono appiccati da sconsiderati, intenti
a festeggiare l'anno nuovo con razzi e petardi.
A volte sono le braci di un barbecue a trasmettere il fuoco; evitiamo, però,
di attribuire agli estimatod delle bistecche alla brace la fonte di tanti incendi
appiccati la domenica sera sui prati, ai margini dei boschi: molti incendiari
dolosi sfruttano l'occasione offerta loro dai gitanti per indurre ad attribuire
a certi incendi un'etichetta di colposità ed avere, d'altronde, la certezza
di provocare più danni: la sera i mezzi aerei non possono volare e, nelle giornate
festive, molte squadre antincendio sono poco operative sia per una maggiore
mobilità dei nuclei familiari, sia per la concomitanza di trasmissioni televisive
di sport molto seguite.
Sull'opera
di fumatori disattenti, in particolare automobilisti, si danno giudizi contrastanti.
Specie nel Meridione, dove, in estate, la vegetazione erbacea a bassa quota
può raggiungere un livello di aridità altissimo, casi di incendi colposi indubbiamente
si verificano.
Al Nord questa eventualità appare improbabile: una strada e ancor più un'autostrada
consentono ad un incendiario doloso di eclissarsi in pochissimi minuti; attribuire,
quindi, ad un automobilista fumatore distratto la causa di qualunque incendio
verificatosi ai margini di un tracciato viario, può rivelarsi un grave errore.
Veniamo ora
alla vasta ed eterogenea categoria degli incendi dolosi.
Nel casi in cui il fuoco percorra aree prative arbustate nelle quali, o in prossimità
delle quali, si eserciti la pastorizia, la responsabilità di un incendio doloso
è ascrivibile, di regola, ai pastori.
E' un dato di fatto che in tutto il mondo, nelle aree in cui la meta ultima
del dinamismo della vegetazione spontanea si una "fitocenosi" legnosa
(arbusteto o bosco), se vi è pastorizia, periodicamente si incendia: da un lato
si respinge l'avanzata delle specie legnose, dall'altro vige il postulato che
il fuoco "faccia bene all'erba"; è questa una tesi completamente errata:
l'incendio ripetuto elimina proprio le erbe buone foraggere, le più tenere,
delicate, ricche di acqua; col tempo rimangono le graminace e più dure, coriacee,
cespitose, letteralmente immangiabili.
In varie plaghe dell'Italia centromeridionale, i prati risultano ormai interamente
costituiti da erbe oltremodo coriacee: in questi casi si incendia per consentire
al bestiame di brucare i getti giovani che si sviluppano dopo il passaggio del
fuoco: per un paio di settimane rimangono teneri, poi induriscono irrimediabilmente.
Non vi è dubbio che la pastorizia sia un'attività particolarmente negletta dalla
pianificazione territoriale; eppure il suo impatto, diretto e indiretto, sulla
qualità degli ambienti naturali è pesantissimo (con gravi ripercussioni idrologico-geologiche
in caso di precipitazioni inusitate, purtroppo divenute frequenti sul territorio
nazionale).
Quanto agli
incendi di bosco, indubbiamente qualche mente malata responsabile di casi di
piromania esiste; vi sono, poi, almeno una dozzina di cause differenti
di incendi dolosi.
Non posso evitare di rimarcare, con un'insofferenza sempre maggiore, l'abuso
del termine "piromane" che costantemente viene impiegato, quasi sempre
a sproposito, da giornalisti radio-televisivi e della carta stampata.
Al primo posto tra gli incendi dolosi di bosco vanno annoverati quelli appiccati nell'intento di protestare (contro vincoli territoriali, contro le ipotesi di realizzazione di aree protette, contro limitazioni all'attività venatoria, contro multe o sanzioni di vario tipo, contro i ritardi, le limitazioni, la miopia, la cecità di una burocrazia torpida, e così via).
Altri incendi possono essere legati ad una sorta di "Industria del fuoco": dai casi di volontà antincendio, intenzionati a lucrare i magri emolumenti che si ricevono a seguito della partecipazione allo spegnimento, alle mire di chi ambisce alla stipula di un accordo tra Ente pubblico e ditte private che offrono a noleggio mezzi aerei di avvistamento o di spegnimento, oppure commerciano in attrezzature e materiali vari propri del settore.
Un caso particolare è quello degli incendi appiccati per coprire un illecito nel campo dei rimboschimenti: si impiegano 10.000 piantine invece delle 100.000 concordate, si viene pagati per la messa a dimora di 100.000, si incendia, si nasconde la truffa, si chiede un nuovo stanziamento. Un caso del genere mi è stato segnalato per una località del Meridione.
Incendi di
bosco possono essere appiccati allo scopo di ottenere nuovo terreno per la pastorizia;
questi casi si verificano in Sardegna, regione nella quale vi è una grave sproporzione
tra numero dei capi di bestiame e risorse disponibili.
Se però gli incendi si vefificano nei prati, durante la buona stagione, l'intento
è quello di affamare il bestiame e di indurre il pastore ad acquistare foraggio.
Un caso particolare frequente nell'Imperiese è quello degli incendi appiccati nelle aree a macchia mediterranea o in cui gli arbusti della macchia siano presenti come sottobosco delle pinete: s'intende, in tal modo, stimolare il vigoroso ricaccio delle ceppaie di corbezzolo e di mirto (da impiegarsi per guarnire composizioni fioreali, corone mortuarie e così via). Chi controlla la provenienza di questi getti recisi, commercializzati, ad esempio, nel mercato dei fiori di Sanremo?
Altri incendi vengono appiccati per ottenere il vigoroso ricaccio dei turioni degli asparagi selvatici o la nascita di certi corpi fruttiferi fungini commestibili.
Si è già accennato
alla possibilità che qualche appartenente al mondo venatorio appicchi il fuoco
per protesta, sentendosi perseguitato da norme da lui ritenute eccessivamente
vincolistiche.
In realtà le fonti di incendi dolosi legati alla caccia sono molteplici: quasi
sempre la responsabilità, in questi casi, è di appartenenti a squadre di cacciatori
di cinghiali. La Liguria, ad esempio, è completamente suddivisa tra squadre
di "cinghialisti"; certi incendi che vengono appiccati la vigilia
dell'apertura di tale tipo di caccia si spiegano con la volontà di provocare
una migrazione degli animali da un territorio contiguo a quello di propria pertinenza
oppure, nelle zone di confine provinciale, da un'area in cui la caccia al cinghiale
sia chiusa ad un'altra, limitrofa, in cui essa venga ancora consentita.
Mi è stato riferito un caso di cinghiali fatti confluire in una ristretta gola
da una serie di incendi sapientemente appiccati; "casualmente" in
questa gola erano appostati i cacciatori.
Da ultimo si possono appiccare incendi al momento in cui le femmine di cinghiale
gravide siano ormai prossime al parto: l'intento è quello di indurle a partorire
nel proprio territorio di caccia (con la speranza che vi rimangano).
Sono possibili
altri singoli casi: un incendio può essere appiccato per inimicizia verso un
vicino (si gode a mandare in fumo un bosco o un pascolo di proprietà di un "nemico";
inoltre il malcapitato potrebbe essere costretto a subire norme vincolistiche
valide, per un certo tempo, per le aree bruciate).
A proposito di questo ultimo argomento, la legge regionale ligure n. 22/1984
aveva sancito il divieto di pascolo per un anno nelle aree incendiate.
Sotto la pressione di vari soggetti, i politici regionali promulgarono una nuova
normativa (legge regionale 39/1985) con la quale si diede facoltà alle Comunità
Montane di abbreviare la durata del periodo di divieto: quello che doveva configurarsi
come una misura eccezionale, sta divenendo qua e là la regola: ecco un modo
ignobile di aggirare una norma sacrosanta; è ovvio, secondo me, che i responsabili
di tanto lassismo commettono il reato di danneggiamento aggravato e come tali
dovrebbero essere perseguiti.
Un caso limite è quello di un incendio appiccato "per calmarsi i nervi" dopo un litigio con la fidanzata (il "cerebroleso" venne colto sul fatto e confessò).
Come ho già
specificato in precedenza, l'elenco delle ipotesi di incendio doloso di bosco
che ho elaborato non deve essere considerato esaustivo; altre motivazioni sono
possibili.
Come si può constatare, sono fuori strada coloro che ritengono che un incendio
possa essere appiccato da uno speculatore edilizio che voglia diffondere cemento
e asfalto in un'arca naturale; tanti mi hanno chiesto, in passato, quante villette
siano sorte nelle aree incendiate.
La legge statale n. 47/1975 vieta l'edificazione nelle aree naturali incendiate
(mi è stato detto, però, che in vaste plaghe del Centro-Sud tale normativa è
inapplicata).
A livello di ipotesi si può ammettere che in qualche caso gli incendi vengano
appiccati ripetutamente per conseguire, in futuro, mire di speculazione edilizia
(in fin dei conti gli strumenti urbanistici vengono sottoposti a periodiche
modifiche e aggiornamenti: se una zona risultasse ormai irrimediabilmente sconciata
... ).
Assai più spesso, secondo me, è valido un altro discorso: "Non mi consenti
di costruire? E io, a titolo di rivalsa, brucio: i soldi che la comunità mi
ha impedito di guadagnare, li faccio spendere ad usura nelle opere di spegnimento,
di riqualificazione ambientale, di riparazione dei danni conseguenti ad un'alluvione!".
Non sarà male ricordare che, su suoli in pendio, un incendio è sempre fonte
di degrado idrologico-geologico: gli incendi sono alluvioni in embrione.
In varie regioni
italiane spesso il fuoco si ripresenta con una sconcertante periodicità nei
medesimi luoghi.
Un unico episodio provoca ferite sanabili in tempi medi (a meno che le condizioni
ambientali non siano particolarmente ostili al ricupero della vegetazione suolo
superficiale su rocce serpentinitiche, granitiche, calcaree pure; microclima
severo).
Più incendi ripetuti causano una vera devastazione ed un degrado destinato a
permanere per tempi lunghissimi. A meno che non intervenga l'uomo, accelerando
i tempi del ritorno ad una situazione soddisfacente.
Nelle regioni più colpite dalla piaga degli incendi, gli Assessorati competenti in materia avrebbero dovuto - già da molti anni- codificare tipologie d'interventi di ricupero adattabili alle situazioni che più spesso ricorrono sul territorio. Non mi risulta che simili documenti programmatici ed esecutivi siano mai stati elaborati.
E' chiaro che certe operazioni possono essere affidate solo a personale di ditte specializzate; vi sono però anche interventi banali, alla portata di un volontafiato che è bene venga attivato, dato l'alto costo della manodopera professionale.
In primo luogo bisogna conoscere adeguatamente l'area attraversata dal fuoco: per la programmazione degli interventi occorre quindi riportare i confini della zona su una carta di base alla scala 1:5.000 o, al massimo, 1: 10.000. Su di essa oltre ai confini dell'area bruciata andranno evidenziati i punti più acclivi attraversati dal fuoco (devegetati e a rischio di frane e smottamenti in caso di piogge cospicue); e ancora eventuali zone in erosione attiva già presenti, aree in cui la vegetazione arborea sia andata completamente distrutta, addensamenti di rovi e vitalbe (riconoscibili dopo il passaggio del fuoco) e quelli di felce aquilina (precocissima nel rivegetare dopo le fiamme); andranno anche segnalate le vie d'acqua scorrenti in superficie, i tracciati veicolari e pedonali, e localizzate concentrazioni di rifiuti (l'incendio può portare alla luce discariche abusive più o meno occultate dalla vegetazione),
Sulla base delle elaborazioni cartografiche andranno distinte zone differenziate d'intervento, tenendo separate le operazioni da affidare a ditte specializzate da quelle alla portata del volontariato.
Occorrerà
anche elaborare una scala delle priorità, in funzione dell'entità e della natura
dei danni, della rilevanza dei problemi, della gravità delle conseguenze che
il mancato intervento potrebbe determinare; si dovranno considerare, in particolare,
il valore delle pendenze, la cubatura della necromassa (tronchi e rami irrimediabilmente
bruciati) i diversi livelli d'infiammabilità e combustibilità ancora presenti.
Andranno anche localizzate aree, possibilmente pianeggianti e servite da un
tracciato viario, in cui ammassare la necromassa trasportabile (in certi casi
può rivelarsi necessario l'impiego dell'elicottero) e piazzare una cippatrice
e una sminuzzatrice; tali macchine consentono di ottenere dalla ramaglia media
o minuta una sorta di segatura che, sparsa sul terreno, consente di ottenere
humus in un tempo sufficientemente breve (l'humus, insieme di residui prevalentemente
vegetali e di batteri e funghi microscopici che li metabolizzano liberando principi
minerali, è il miglior fertilizzante naturale: viene totalmente distrutto dal
passaggio del fuoco e va reintegrato).
Ipotizziamo che l'incendio abbia interessato una pineta di pini mediterranei (pinastro, pino d'Aleppo, pino domestico), con sottobosco di arbusti della macchia mediterranea e, qua e là, addensamenti di rovi, vitalba, felce aquilina: è questo il caso più frequente.
Occorre prevedere
l'eliminazione dei pini adulti completamente bruciati (a cura di ditte specializzate).
Nelle aree in piano i tronchi andrebbero segati alla base, in quelle in pendio
dovrebbe essere lasciato, per ogni pino, un moncone di una quarantina di centimetri
in altezza, ottenuto segando il fusto secondo una linea obliqua, con una superficie
di taglio parallela al terreno.
I monconi potrebbero agire da barriera contro il trasporto di residui vegetali
e detriti ad opera delle acque piovane ruscellanti.
Nel tratti più acclivi, contro i monconi andrebbero disposti, orizzontalmente
e parallelamente tra loro, a guisa di graticciate trasversali, i tronchi di
minore diametro, tagliati e privati dei rami.
Sempre a cura
di ditte specializzate dovrebbe essere effettuato il diradamento dei pini contigui,
non bruciati, con salvaguardia degli esemplari migliori. Il medesimo personale
dovrebbe provvedere a tagliare i rami bassi di questi pini, in modo da ridurre
il rischio che un futuro incendio "di superficie" diventi "di
chioma".
Andrebbero eliminate pure le porzioni epigee bruciate degli arbusti, anche in
questo caso con l'avvertenza di lasciare monconi di una trentina di centimetri
(su terreni in pendio), per ottenere un minimo di "effetto diga" in
caso di pioggia.
Nelle zone contigue a quelle incendiate, dovrebbero analogamente essere tagliati
gli arbusti sia nelle immediate adiacenze dei pini migliori sia sui bordi dei
tracciati pedonali e veicolari.
Per quali mansioni si potrebbe fare affidamento sul volontariato? Sul terreno
devegetato permarrebbero residui di rami combusti e tralci scheletriti di rovi
e vitalbe: occorrerebbe farne fascine, da ammassare in luoghi prestabiliti per
la loro eliminazione. Sul terreno rimangono miriadi di aghi di pino essiccati,
caduti al suolo nei giorni successivi al passaggio del fuoco (a meno che la
combustione non sia stata totale): andrebbero rastrellati e raccolti: potrebbero
essere destinati alla sminuzzatáce oppure servire come ammnendante per terricci
da giardinaggio oppure come strame per le stalle.
In aree contigue
lambite appena dal fuoco potrebbero essere rimasti intatti tralci di vitalba
carichi di foglie, fiori e frutti; essi andrebbero tassativamente tagliati alla
base, raccolti e bruciati in aree strettamente localizzate: sarebbe un dramma
se i semi di vitalba potessero diffondersi liberamente sui suoli devegetati
dal fuoco.
L'opera dei volontari dovrebbe essere nuovamente indirizzata alla lotta alle
infestanti in periodi successivi: in particolare è agevole il taglio (ripetuto
più volte!) delle porzioni subaeree delle felci aquiline (è sufficiente l'impiego
di cesoie).
Ricordo che tale prassi è l'unica, indolore per la natura, che consenta, consumando
le risorse energetiche accumulate nei rizomi e negli apparati radicali, di ridimensionare
il gravissimo fenomeno della diffusione di infestanti. Occorre, però, assiduità!
Ben presto, dopo l'incendio, si verifica la crescita di miriadi di pini giovani, sviluppatisi dai semi liberati in massa da pigne aperte dal calore (il fenomeno è ingente soprattutto nelle pinete a pinastro); inizialmente tali esemplari vanno preservati; dopo cinque anni occorrerebbe fare una cernita e conservare solo i pini migliori, adeguatamente distanziati (si tenga presente quali dimensioni raggiungano gli individui adulti).
L' attività
dei volontari dovrebbe ancora essere dedicata oltre che alla sorveglianza dei
terreni (gli incendiari potrebbero ripresentarsi), anche al controllo dei pendii
dopo le piogge: se si riscontrasse l'instaurarsi di piccoli processi erosivi,
questi andrebbero sanati.
Persone di buona volontà potrebbero pure dedicarsi alla raccolta di eventuali
rifiuti presenti e fare incetta di ghiande di leccio e roverella e di
frutti di orniello, da diffondere nelle aree incendiate.
Quanto ai
rimboschimenti, si dovrebbe impiegare soprattutto il corbezzolo, alto arbusto
dai pregi straordinari: un forte apparato radicale, una chioma densa di foglie,
in grado di dare ottima lettiera, in vista della sua trasformazione in humus,
una notevole abbondanza di frutti, idonei a sfamare numerosi animali (un ecosistema
ricco pure nella componente animale dà le migliori garanzie anche per la sua
conservazione nel tempo).
Assolutamente eccezionale è, infine, la capacità che ha la specie di rivegetare
dopo il passaggio del fuoco: sei mesi dopo un distruttivo incendio, dalla ceppaia
si protendono almeno una quindicina di nuovi getti, vigorosissimi e verdeggianti,
provvisti, alla sommità, di ricche infiorescenze.
Volutamente trascuro l'alta decoratività delle fronde, dato che questo carattere
si rivela secondario negli ambiti naturali.
Ebbene quanti corbezzoli vengono coltivati nei vivai forestali? Nessuno, temo!
La pianificazione vivaistica è tutta tesa a sfornare alberi: la meta (e il mito)
deve essere sempre e comunque il bosco!
In ambienti severi per la vita o si ricorre alle conifere (con accentuazione
del rischio di attirare gli incendiari dolosi) o si impiegano arbusti (le angiosperme
arboree non sono sufficientemente frugali). E' possibile, in realtà, rinvenire
corbezzoli, nei vivai privati: si tratta però di esemplari assai decorativi,
da vendersi a caro prezzo in vista della loro successiva messa a dimora in un
bel giardino privato.
Tante scuole use a celebrare la "festa dell'albero" in aree a rischio
d'incendio dovrebbero orientarsi verso la diffusione di corbezzoli e non di
lecci o roverelle.
Quali sono
le operazioni preliminari in vista della messa a dimora di piante su suoli spesso
incendiati? Dove lo strato di terreno disponibile è molto limitato, appare inevitabile
il ricorso alla realizzazione di buchette (ad esempio 50x50X50 cm); se il terreno
è più abbondante, è meglio far ricorso ad un semplice colpo di zappa: si lederà,
così, in minor misura un suolo già molto danneggiato dal fuoco e facilmente
attraversabile dall'acqua, in risalita da strati profondi; in generale il colpo
di zappa aspetta l'ascesa dell'acqua per semplice capillarità assai di più rispetto
ad una buchetta nella quale il terreno sia inevitabilmente disgregato.
In ogni caso, sul fondo andrà disposto del concime granulare a cessione programmata
(12, 18 o 24 mesi), quindi un po' dí sabbia di fiume e terra, infine la piantina
(non a radice nuda, bensì, preferibilmente, in fitocella o in vasetto).
In superficie e nel primo centimetro di profondità nel terreno andranno sparsi
pochi grammi di polimeri idroretentori, idonei a catturare l'acqua di rugiada;
questi polimeri devono essere posti fuori del contatto con l'apparato radicale
(in caso contrario sottrarrebbero acqua alle radici); essi devono venire impiegati
in limitata quantità altrimenti, in caso di pioggia, si rigonfierebbero tanto
da espellere la piantina dal terreno; il velo d'acqua che, con l'impiego dei
polimeri, si ottiene a livello dei suolo, agisce da "tappo" superficiale
e rallenta la dispersione nell'atmosfera di acqua proveniente dal terreno, con
benefici effetti per gli apparati radicali.
L' insieme
delle precauzioni suggerite consente di ottenere un attecchimento soddisfacente,
pari ad oltre il 90% degli esemplari messi a dimora, anche nel caso dell'impiego
di specie esigenti quale il leccio.
Le attività di rimboschimento andrebbero concentrate nei luoghi più acclivi.
Certo i vegetali,
se traumatizzati dal fuoco o di recentissimo impianto, non possono fare miracoli
nel consolidamento dei pendii.
Ed ecco allora, nei casi di erosione attiva, la necessità di fare affidamento
ulteriore sui ritrovati della modema tecnologia: i geosintetici (reti di plastica
molto robusta, per casi difficili) e i geotessuti (di iuta o altro materiale
degradabile: particolannente consigliabili sono le stuoie di cocco, capaci di
trattenere l'acqua in misura pari anche a cinque volte il loro peso: una riserva
idfica preziosa per future piantine).
Nei casi più gravi sarebbe inevitabile il ricorso a viminate, graticciate o manufatti più costosi e di maggior impatto, la cui natura è codificata nelle pubblicazioni di ecologia applicata (termine da preferire a quello, molto in voga, di "ingegneria naturalistica": quest'ultimo può suggerire l'impressione che soggetti con una competenza monotematica siano autosufficienti: l'avvenire deve appartenere ai gruppi di studio multidisciplinari!). Si valuti, infine, l'opportunità di un'idrosemina bituminosa o, meglio ancora, si impieghino, come collanti, pani di cellulosa sciolti nell'acqua, in cui siano stati posti semi e idonei fertilizzanti liquidi.
Un ultimo
aspetto (particolarmente importante) deve essere ancora sottolineato: nelle
operazioni di messa a dimora di nuovi individui esiste un grave rischio: quello
di causare un inquinamento genetico della flora spontanea, con l'improvvida
immissione di ecotipi non locali di specie pur autoctone: se si deve piantare
un corbezzolo su suolo serpentinitico, che l'individuo derivi da un genitore
che vegeti su questo substrato, nella regione in cui si fa l'intervento, e non,
ad esempio, su calcare o arenaria. Perrnane, in effetti, ed è gravissimo, il
problema di procurarsi esemplari di specie idonee.
E' un dato di fatto che l'approvvigionamento deve, in buona misura, dipendere
dalla raccolta diretta di semi in natura; ben pochi sono coloro che sanno identificare
le specie vegetali spontanee (in particolare quelle erbacee fortemente cespitose,
utili per casi della massima severità): occorrerà rivolgersi a laureati provvisti
di competenze specifiche nei campi della flora e della vegetazione.
Una volta, comunque, che si disponga dei semi, bisognerà superare il problema
posto dalla dormienza dei semi medesimi (non è sufficiente spargere i semi sul
terreno per ottenere la germinazione).
Sono attuabili varie metodiche di laboratorio: trattamenti termici, (ammollo
in acqua calda, esposizione al caldo - o viceversa al freddo, ma solo per entità
microterme ed orofile), trattamenti con ormoni vegetali, trattamenti meccanici
(scarificazione, cioè abrasione del tegumento esterno dei semi con carta vetrata),
trattamenti chimici (attacco con basi, acidi, sali forti), stratificazione (sistemazione
dei semi a differenti livelli nel terreno).
L' avvenire, però, appartiene alla micropropagazione; le modalità operative sono articolate in diversi momenti:
- preliminarmente occorre individuare sul campo esemplari particolarmente vigorosi di una specie idonea;
- a fine inverno vi si devono iniettare ormoni stimolanti la produzione di gemme;
- in primavera si devono prelevare tali gemme;
- successivamente, in laboratorio, tramite molteplici prove sperimentali, occorre giungere all'elaborazione di un protocollo che individui la metodologia migliore per ricavare da poche cellule indifferenziate numerosi individui completi;
- gli esemplari così ottenuti andranno trasferiti in serra per favorime lo sviluppo;
- infine si dovrà provvedere alla loro messa a dimora, con le precauzioni sopra descritte.
Se la sperimentazione sarà stata condotta su ecotipi locali lussureggianti di specie autoctone, si eviterà il rischio di inquinamento genetico; se i discendenti verranno messi a dimora nel medesimo territorio complessivo risulteranno potenziati i caratteri positivi già riscontrati nel genitore prescelto (che, con una fecondazione, potrebbero essere stemperati, almeno in parte); inoltre, nella misura in cui, in ogni regione, si impiegheranno ecotipi locali (senza esportarli altrove), si eviterà il rischio di una banalizzazione della flora su vasta scala, ma permarrà inalterata ed anzi verrà potenziata la microdiversità biotica dei vari territori.
Forse queste mie preoccupazioni appariranno ad alcuni immotivate od esagerate; è un dato di fatto che l'uomo modemo sta aggredendo e distruggendo il patrimonio genetico della vita sulla Terra in una misura che non è azzardato definire demenziale; i rischi sono altissimi, in particolare per l'eccessiva semplificazione delle specie impiegate in agricoltura. Pochi sanno, ad esempio, che il mondo ha rischiato di rimanere privo di caffè.
La grande maggioranza delle piante di caffe che si sfruttavano al mondo derivava da pochi individui generati da un unico esemplare coltivato nell'Orto Botanico di Amsterdam all'inizio del Settecento; la comparsa in Brasile del fungo responsabile della ruggine del caffè (nel 1970) minacciò gravemente questa coltura: i timori erano alimentati dalla consapevolezza che, sul finire del secolo scorso, il medesimo agente patogeno aveva completamente distrutto a Ceylon le coltivazioni di caffè, poi sostituite da quelle del the; si potè rimediare solo perché si scoprirono nelle boscaglie etiopiche piante di caffè geneticamente resistenti al parassita ed agronomicamente idonee.
SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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