I danni provocati dal passaggio del fuoco
Da "boschi in fiamme" Prof. Enrico Martini ed.Sagep
Immaginiamo di poter disporre di una «macchina del tempo», marchingegno tanto caro agli scrittori di fantascienza:
andiamo a ritroso di qualche migliaio di anni (pochi, altrimenti ci troveremmo a battere i denti tra i ghiacci, nel corso dell’ultima glaciazione).
La vita sul pianeta appare governata soltanto da eventi naturali; su vastissime superfici, alle medie latitudini, negli àmbiti favorevoli alla vita e non turbati da drastici cambiamenti ambientali, si estendono boschi molto monotoni, formati da una o da alcune specie dominanti, cui si associa un corteggio floristico di poche altre entità, nettamente subordinate.
In un mondo
simile gli incendi svolgono un ruolo fondamentale: alla stessa stregua delle
eruzioni vulcaniche, di certe frane ciclopiche, dei bradisismi, dei distruttivi
terremoti o di cospicui mutamenti climatici, il fuoco dà un importante contributo
nel diversificare gli ambienti, nel determinare le premesse perché un territorio,
complessivamente omogeneo, possa ospitare un numero ben maggiore di specie animali
e vegetali. Da un evento pur sempre distruttivo nascono molte, differenti opportunità
di vita.
Tutto questo, però, si badi bene, in un mondo che abbia a disposizione millenni
per cicatrizzare le sue ferite, in un mondo teatro solo di eventi naturali,
non certo in regioni già trasformate e impoverite dall’uomo.Veniamo ai giorni
nostri.
Gli incendi dovuti a cause naturali sono un fenomeno ricorrente sulla Terra:
si tratti di un effetto secondario di un’eruzione vulcanica, di una conseguenza
della caduta di fulmini o di altri eventi non riconducibili all’uomo, è dimostrato
che la natura convive col fuoco: ad una fase di distruttività anche eccezionale
segue sempre un periodo di ricupero e di ricolonizzazione da parte di piante
e di animali.
E' ovvio che sia così: il nostro pianeta, nonostante che l’uomo si affanni ad
impoverirlo e a depredarlo, è una fucina di vita: è riuscito ad annullare gli
effetti di eventi spaventosi (e ancora mal conosciuti) che 65 milioni di anni
fa portarono all’estinzione di almeno il 30% delle specie viventi, dinosauri
in testa; figuriamoci se non ha in sé la capacità di cicatrizzare le lesioni
inferte dagli incendi, per distruttivi che siano.
Su scala planetaria
è senz’altro così.
Un discorso ben diverso deve essere fatto, localmente, per tutti quegli àmbiti
in cui il primattore, da lungo tempo, è l’uomo.
Il degrado complessivo di un territorio, quale risulta dalla somma di eventi
traumatici ripetuti, gli incendi ricorrenti, che si aggiungono ad uno sfruttamento
secolare, ha ben altra gravità.
E giusto sottolineare questo fatto, perché vi sono ancora molti pianificatori
ed operatori sul territorio che guardano agli incendi come a fonti di degrado
ben limitate e minimizzano quindi le conseguenze del passaggio ripetuto del
fuoco; addirittura, per alcuni, l’incendio è un mezzo di miglioramento ambientale:
in Liguria esso è stato autorizzato per legge in diversi interventi di pianificazione
territoriale, anche in ambienti già antropizzati e impoveriti. Una decisione
che non posso in alcun modo condividere (ma sull’argomento avremo occasione
di ritornare in seguito).
Quali sono i danni provocati dal ripetuto passaggio del fuoco? Analizziamoli in rapida sintesi. Le conseguenze degli incendi negli ambienti naturali sono molteplici ma, prima di addentrarci nell’argomento, è bene chiarire subito un concetto preliminare: un solo incendio, di regola, provoca danni facilmente sanabili in tempi brevi o medi; più incendi ripetuti nello stesso luogo tendono invece a determinare conseguenze gravi, gravissime o addirittura a causare una desertificazione su vaste superfici.
Sarebbe fortemente riduttivo identificare i danni provocati dagli incendi con la semplice perdita del legname presente (come se non lo si potesse più tagliare e vendere), Il calcolo del legname distrutto viene sempre effettuato, ma questo elemento ha un’importanza irrisoria rispetto all’entità del danno complessivo; sarebbe bene, quindi, riservare questi dati agli addetti ai lavori e non comunicarli mai alla stampa: si sono già avuti casi di pubblicazione di cifre la cui modesta entità ha determinato una buona dose di sconcerto nei lettori.
Visto che
si accenna ai giornalisti, non sarà male sottolineare l’opportunità di essere
molto cauti in certe forme di collaborazione: io stesso ho fatto a volte brutte
esperienze: l’impreparazione nel campo specifico, la superficialità, l’incapacità
dell’interlocutore di recepire nozioni che forse gli sembrano astruse oppure
semplicemente la mancanza di spazio su un giornale o di tempo in un telegiornale,
hanno portato alla divulgazione di notizie incomplete, imprecise o addirittuta
errate.
A volte sono state infarcite di sbagli perfino frasi riprese da mie relazioni
scritte (e citate, ahimè, tra virgolette).
La parola d’ordine, in questi casi, deve essere cautela, controllo, precisione
fino alla pedanteria.
Per tornare
al bilancio dei danni causati dagli incendi, alcune voci risultano facilmente
quantificabili: l’ammontare dell’indennità assegnata ai volontari che abbiano
partecipato alle operazioni di spegnimento, il consumo del carburante impiegato
dai mezzi antincendio, e così via.
Altri danni sono assai difficili da valutare: in che misura possiamo quantificare
il contributo dato dal transito del fuoco all’instabilità dei pendii o la perniciosa
semplificazione delle componenti animale e vegetale degli ecosistemi?
Fatte queste
ovvie premesse, ragioniamo un poco sulla natura dei danni che gli incendi causano
negli ambienti naturali.
Le fiamme fanno salire la temperatura fino ad oltre 750 gradi e determinano
quindi la distruzione delle porzioni vegetali epigee (tranne nel caso di alberi
di grandi dimensioni, con tronchi protetti da uno spesso strato di sughero e
chioma che ha inizio molto in alto rispetto al suolo).
Fortunatamente il calore non si trasmette granché in profondità, per cui la
maggior parte degli apparati radicali rimane vitale.
Il primo danno
da sottolineare è quindi il fortissimo impoverimento delle biocenòsi una parte
dei vegetali presenti e un gran numero di animali muoiono; gli altri vegetali
(molte forme di consistenza legnosa) subiscono danni gravi o gravissimi.
Ciò porterà ad una semplificazione deleteria degli ecosistemi interessati: se
il manto vegetale e il popolamento animale vengono fortemente impoveriti, l’ecosistema,
esposto in seguito a vari fattori di stress (siccità prolungata, «danni di nuovo
tipo)) ai boschi, arrivo di parassiti di specie arboree, sviluppo esplosivo
di poche forme vegetali con tendenza a divenire infestanti, ecc.) potrebbe non
trovare in sé meccanismi compensativi adeguati e subire un gravissimo scadimento
progressivo.
Il trauma
al momento del passaggio del fuoco non è l’unico, per le piante. Quale colore
assume il suolo dopo un incendio? Lo sanno tutti: una tinta nerastra.
Quale ne è la conseguenza?
Una temperatura particolarmente alta sotto il dardeggiare impietoso dei raggi
del sole. Dopo il recente disastroso incendio della Cala dell’Oro, sul promontorio
di Portofino, (14-16 agosto 1991), il giorno 24, alle 11.30 ho misurato al suolo
temperature che giungevano a 55 gradi (in esposizione Sud, su superfici perpendicolari
ai raggi solari), con una punta di 59 in corrispondenza di un tratto di terreno
che subiva un irraggiamento ad opera di una roccia contigua: valori molto elevati
cui non corrispondeva, per fortuna, un analogo riscaldamento al di sotto dei
primi centimetri di profondità: l’integrità delle cellule degli apparati radicali
non era quindi in discussione.
L’effetto
pesantemente negativo dell’alta temperatura è un altro: viene prolungato per
un tempo anche cospicuo l’essiccamento del suolo conseguente al passaggio del
fuoco; l’assenza di acqua (o per lo meno la sua grave carenza), è dovuta anche
all’abrasione del primo strato di terreno ad opera delle fiamme (è facile che
esso si frammenti e si fratturi), per cui l’acqua eventualmente presente in
profondità non sale semplicemente e lentamente per capillarità bensì in misura
cospicua e con rapidità ben maggiore, per poi disperdersi all’esterno sotto
forma di vapore acqueo.
E chiaro che i vegetali sopravvissuti dovranno subire un lungo periodo di sete,
destinato a condizionare pesantemente l’entità e la rapidità della ripresa vegetativa.
Ci siamo chiesti che fine facciano le sostanze vegetali che bruciano? Ovviamente molte si liberano sotto forma di sostanze aeriformi (gas e vapori), altre si mineralizzano, diventando cenere; altre ancora (molti oli essenziali, gomme, resine, latici) formano idrocarburi densi e residui catramosi che si insinuano nel terreno sotto forma di gocce nerastre, per poi solidificare: in pratica, sempre che vi sia un suolo di sufficiente spessore, a qualche centimetro di profondità si può trovare un gran numero di queste gocce nerastre rapprese: un microstrato discontinuo, in una certa misura idrorepellente.
Se a questo punto piovesse, sui terreni in pendio sarebbe particolarmente facilitata la genesi di tutta una serie di processi erosivi: l’acqua piovana, in assenza di copertura vegetale, attraverserebbe in un attimo il tratto superficiale di terreno screpolato e fessurato, a ridottissima coesione, e incontrerebbe, in gran copia, quello sottostante, parzialmente idrorepellente; quest’ultimo verrebbe attraversato in modesta misura e con lentezza mentre il grosso dell’acqua piovana scenderebbe a valle velocemente, acquistando ben presto una forza erosiva tale da provocare un processo franoso destinato ad incidere in profondità il suolo.
Ecco quindi
un’altra, gravissima conseguenza del passaggio del fuoco: l’incendio è un attentato
alla stabilità dei pendii.
E vi prego di credere che la gravità della situazione appare in tutta la sua
evidenza solo a chi è abituato a camminare sui monti liguri al di fuori di strade
o sentieri.
Sui versanti
ripidi, così frequenti in Liguria, e spesso incombenti su nuclei urbani ad alta
densità abitativa, la situazione di rischio permane anche a vari anni di distanza
dal passaggio del fuoco.
Per di più le rocce argillose sono diffusissime nella nostra regione: basta
raccogliere un pezzetto di argilloscisto e passarvi sopra i polpastrelli, per
sentire sulla mano un’untuosità tutta particolare. Potete immaginare, visto
che l’argilla ha un effetto lubrificante accentuatissimo, ed essendo anche rilevante
la frequenza delle fratturazioni (litoclàsi e faglie) sui nostri monti, quale
propensione alle frane essi ostentino. (…segue..)