Sopravvive l'antica pratica del
debbio
Il fuoco in agricoltura
di
MICHELE MAIORANA - FRANCESCO FORNARO
Istituto Sperimentale Agronomico - Bari
Uno degli impieghi del fuoco in agricoltura è rappresentato dal debbio, antica pratica agronomica già in uso presso i Romani, che consiste nel bruciare le erbe secche che ricoprono il suolo, abbrustolendo, allo stesso tempo, lo strato di terreno più superficiale (circa 10 cm).
Questa tecnica consente di conseguire alcuni vantaggi, tra i quali:
- ridurre l'acidità dei suoli, sia tramite la parziale distruzione delle sostanze organiche dotate di funzione acida, sia correggendo l'acidità residua con le ceneri ottenute dalla frazione combusta;
- arricchire chimicamente il terreno di sostanze solubili, quali il potassio, ottenute come sali residui dalla bruciatura;
- migliorare le caratteristiche fisiche, quali porosità e
permeabilità, di suoli argillosi e torbosi, modificandone la struttura;
- liberare il terreno da insetti nocivi e da semi e rizomi di erbe infestanti;
- bonificare biologicamente il terreno, mediante la sterilizzazione totale o parziale.
Il debbio presenta, tuttavia, anche aspetti negativi, il più rilevante dei quali consiste nella distruzione, almeno nello strato di terreno interessato dalla bruciatura, di parte della sostanza organica, già abbastanza scarsa in molti suoli, e nella scomparsa di un'elevata frazione di azoto organico, disperso nell'atmosfera sotto forma elementare.
Malgrado ciò, il debbio ha continuato ad essere praticato, al punto da distinguerne due tipi, secondo le modalità di effettuazione: quello a "fuoco corrente", adoperato soprattutto per la bruciatura delle stoppie e dei residui colturali dei cereali ed il debbio a "fuoco coperto", applicato, invece, ai prati ed ai pascoli presenti su terreni acidi e subacidi e caratterizzati da una spessa cotica erbosa infeltrita.
Tralasciando quest'ultimo tipo di debbio, impiegato solo per la "correzione" di particolari terreni, prendiamo in considerazione la bruciatura dei residui vegetali.
Questa pratica, tuttora largamente diffusa nella cerealicoltura del Mezzogiorno d'Italia, agli svantaggi appena illustrati ne aggiunge altri, tra i quali il più rilevante è rappresentato dai rischi di incendio che può determinare, con possibili danni a persone, cose ed animali; basti pensare ai fumi nei quali spesso ci s'imbatte sulle strade e alle tante specie di uccelli che in estate nidificano nelle paglie e nelle stoppie.
Né possono essere sufficienti le giustificazioni degli operatori agricoli: nessuna convenienza economica nella raccolta della paglia, per la mancanza di aziende zootecniche, di cartiere o di altre eventuali destinazioni industriali.
Ecco perché è frequente, ancora oggi, per chi si trovi nelle sere di luglio ed agosto a transitare su strade o autostrade del Sud, assistere allo spettacolo, in verità suggestivo e per certi versi anche folcloristico, di estese aree di campi fiammeggianti.
Una valida alternativa alla bruciatura dei residui vegetali, in mancanza di reali possibilità di diversa utilizzazione commerciale, può essere quella del loro interramento.
Da anni sono state, così, impostate e condotte in Italia ed all'estero varie ricerche su questa tecnica, con lo scopo di valutarne vantaggi e svantaggi, soprattutto in considerazione del crescente impoverimento dei terreni, per carenza di somministrazioni organiche, e del conseguente incremento dei quantitativi di fertilizzanti minerali, fonti di costi sempre maggiori e di possibile inquinamento ambientale.
Questi studi, senza voler entrare troppo nel particolare, hanno in definitiva dimostrato che è possibile ottenere un miglioramento della fertilità del terreno e di alcune sue caratteristiche chimico-fisiche, se pure dopo un certo numero di anni.
L'interramento di paglie e stoppie, tuttavia, non ha ancora trovato, almeno in Italia, una pratica applicazione da parte degli operatori agricoli, a causa del presunto incremento dei costi di lavorazione del terreno.
A prescindere, comunque, da valutazioni puramente economiche o agronomiche, oggi la comunità scientifica ed il mondo produttivo devono necessariamente aprirsi a valutazioni a più ampio spettro,con riguardo all'ambiente ed alla tutela del patrimonio terra.
Pertanto, i già positivi risultati agronomici a favore dell'interramento dei residui vegetali, rispetto alla loro bruciatura, trovano un sostegno determinante nella prospettiva di conservare risorse per i nostri posteri (biomasse trasformabili in sostanza organica) e di non contribuire ad inquinare ancor più la nostra ormai affumicata atmosfera.
Il rapporto dell'Intergovernmental Panel of Climate Change nel 1995 ha, infatti, stimato che il 20% dell'effetto serra, dovuto all'incremento del contenuto di anidride carbonica nell'atmosfera, è determinato dalle attività agricole, quali la deforestazione e la bruciatura delle biomasse ottenute in agricoltura.
E gli effetti determinati da questi fattori li abbiamo ancora ben impressi nella nostra mente, se si tiene conto della caldissima estate 1998, la più calda del secolo, del progressivo innalzamento della temperatura registrato nel corso degli ultimi anni e del conseguente crescente ritiro dei ghiacciai e delle banchise polari, del ripetersi sempre più frequente di fenomeni atmosferici anomali, quali il Niño e la Niña
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