Un patrimonio in balia di incendi e speculazioni
La foresta trascurata

 

 di MARCO BORGHETTI

Cattedra di Ecologia Forestale - Università della Basilicata Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia forestale borghetti@unibas.it

 


 

Gli incendi che, complice un torrido inizio d'estate, sono stati dolosamente appiccati ai boschi dell'Italia "meritato" la prima pagina dei quotidiani e i titoli di apertura dei telegiornali.
Tuttavia, ed è impressione che si rinnova in casi del genere, l'informazione è parsa lontana dall'impostare un'analisi seria dei fatti, privilegiando le sterili polemiche circa la responsabilità delle operazioni di spegnimento.

I tempi sembrano invece maturi per mettere sul tappeto con chiarezza, anche al di là del problema incendi, un aspetto importante e generale della "questione forestale" e dei pericoli che minacciano la foresta. Fuor di dubbio, questi ultimi sono legati all'azione dell'uomo: è l'uomo che appicca il fuoco, è l'uomo che inquina e disbosca, così com'è l'uomo che, lontano da noi ma anche per colpa nostra, distrugge a ritmi preoccupanti la foresta tropicale.

Dovrebbe essere quindi evidente che solo l'interpretazione attenta del rapporto fra uomo e bosco può permettere di capire perché i boschi bruciano qui e non là, perché qui sono correttamente utilizzati e conservati e là, invece, sfruttati e distrutti.

Dovrebbe anche apparire chiaro che solo la sapiente pianificazione di tale rapporto, da definire caso per caso senza preclusioni ideologiche, può fare in modo che la foresta sia percepita come "valore" e utilizzata come risorsa rinnovabile secondo criteri di sostenibilità; facendo anche sì che essa susciti nella cultura della gente quel senso d'attaccamento e cura in assenza del quale ogni politica di conservazione ed uso sostenibile pare destinata al fallimento.

Nel suo rapporto con l'uomo, e nel corso dei secoli, la storia del bosco è stata, in gran parte, storia della sua distruzione.

Nei paesi della comunità europea la foresta ricopre oggi poco più del 20 per cento della sua superficie potenziale. Durante i secoli, il dissodamento agricolo, la pastorizia, gli incendi, lo sviluppo delle città, la costruzione di strade, il turismo e la speculazione edilizia, la "fame" di legno da parte delle popolazioni ecc., hanno determinato, con modi e intensità diverse da zona a zona, la regressione o la trasformazione della foresta originaria.

Per lungo tempo la foresta è stata quindi considerata dall'uomo come risorsa passibile d'ogni tipo d'uso e sfruttamento.
È solo dal periodo illuministico che si è fatta strada l'idea che essa dovesse essere considerata come risorsa limitata e che andassero predisposte delle misure per contenerne lo sfruttamento e regolarne l'uso.
Da qui, le prime leggi di tutela del patrimonio boschivo e l'istituzione delle scuole e delle università forestali, come luoghi deputati allo sviluppo delle scienze del bosco e alla formazione di personale specializzato nell'uso e conservazione della foresta.

La scuola di Vallombrosa ha rappresentato il punto di partenza e d'irraggiamento della scienza forestale italiana, da tempo significativamente ispirata ai principi della selvicoltura naturalistica e dell'uso sostenibile del bosco.

Sono oggi numerose le facoltà forestali nel nostro paese, molti sono ogni anno i laureati in scienze forestali, di qualità è la ricerca scientifica nel campo dell'ecologia forestale e della selvicoltura.

È quindi deludente constatare che di fronte alla disponibilità d'ampie conoscenze cui improntare la gestione delle foreste, e di adeguate capacità professionali e scientifiche cui affidarla, nella realtà gran parte del patrimonio forestale italiano sia ancora trascurato od oggetto di gestioni improvvisate, avulse da una programmazione d'ampio respiro.

Così come irrita sapere (mentre molti fanno finta di non saperlo) che anche per questo motivo il bosco va incontro a quelle avversità (leggi incendi, tagli abusivi ecc.) che trovano poi, ma solo in occasione di gravi calamità, ampio spazio sulle prime pagine dei giornali.

Diversa è la situazione in altri paesi europei (Francia, Svizzera, Germania, Austria, ecc.) che hanno dimostrato di saper impostare una valida politica forestale impiegando con efficacia le professionalità che hanno a disposizione.

Ad oltre venti anni dal trasferimento alle Regioni delle competenze in materia territoriale e forestale, la situazione non sembra significativamente migliorata (con le dovute eccezioni in quanto alcune Regioni appaiono meritoriamente attive).

A fronte dell'obbligo che la legge impone agli enti pubblici di predisporre piani per la gestione selvicolturale delle loro proprietà forestali,è bassa la percentuale di quelli che sono adempienti.
Così come non è confortante constatare l'incertezza che da più anni pende sul destino del Corpo Forestale dello Stato: oltre 7.000 persone specializzate nella cura e nella difesa del bosco, da tempo impiegate al di sotto, e anche al di fuori, delle loro competenze.

Non si tratta solo di mancanze amministrative ed organizzative; ma anche d'impostazioni ideologiche, che negli anni passati si sono spesso uniformate, forse per cavalcarne l'onda, alla moda di unecologismo d'occasione.
Da chi rivestiva posizioni di responsabilità in sede centrale sono stati propagandati messaggi improntati a concezioni ascientifiche del bosco e a stucchevoli lirismi, pericolose (se generalizzate) proposte di abbandono, che rendono il bosco res nullius, noncuranza per gli aspetti selvicolturali e pianificatori.

La traduzione di tale ideologia nella prassi può determinare una pericolosa disaffezione dell'uomo dal bosco.

Disaffezione che, non sorprendentemente, sta provocando evidenti danni (incendi, atti vandalici ecc.) anche all'interno delle aree protette; è il caso, sotto gli occhi di chi vuol vedere, di Parchi nazionali di recente

istituzione gestiti, fino ad ora, in modo alquanto opinabile, o (forse è ancor peggio) non gestiti del tutto.

Mentre vi sono, sempre per chi vuol vedere, riserve naturali (ad esempio il Parco naturale Paneveggio-Pale di San Martino, in Trentino) dove l'applicazione sapiente della selvicoltura naturalistica, intrinsecamente rispettosa dei criteri di sostenibilità, favorisce con successo la conservazione e l'equilibrato rapporto fra le diverse componenti dell'ecosistema forestale e del territorio.

Laddove esiste, in virtù di una lungimirante gestione forestale e del coinvolgimento della gente, una profonda considerazione del bosco come valore, fonte di reddito e presidio territoriale, le avversità del bosco sono sempre molto contenute o addirittura inesistenti; e solo laddove la gente può vedere nel bosco un bene capace di molteplici funzioni (assorbimento della C02 atmosferica, produzione di legname, protezione idrogeologica, fruizione turistica, conservazione della biodiversità ecc.), ma che rispetto a ciascuna di queste ha bisogno di essere "concretamente" valorizzato, si può sperare che il bosco non "bruci", in senso reale e metaforico.

Più che all'impiego dei Canadair, è ad un'appropriata pianificazione e gestione selvicolturale, che faccia propri i risultati della migliore ricerca scientifica, che dovrebbe essere affidata la speranza di poter conservare i nostri boschi, in modo da trasmetterli intatti o migliorati alle future generazioni; facendo anche sì che essi possano essere fonte di reddito per i proprietari, occasione d'occupazione e dispensatori di grandi benefici per tutti noi.

 

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