I danni provocati dal passaggio del fuoco
(L'uso del fuoco)

 

Tratto da "boschi in fiamme" Prof. Enrico Martini ed Sagep


 

Abbiamo visto che gli incendi ripetuti provocano un grave scadimento degli ecosistemi e una forte propensione al dissesto dei pendii. Vi sono altre forme di danneggiamento? Purtroppo sì.

Nei testi specializzati si trovano affermazioni che a me sembrano semplicistiche e che non mi sento di condividere. Visto che siamo in argomento, invito chi intenda documentarsi su questi problemi leggendo varie pubblicazioni, a sottoporre ad un severissimo vaglio critico tutto quello che trova stampato e a prestar fede anche al proprio intuito e spirito di osservazione.

Volete un esempio di frase che, secondo me, merita di essere incriminata? Eccovelo. Diciamo il peccato ma non il peccatore: è più elegante.
In un libro sulla prevenzione degli incendi boschivi, edito da una Casa editrice di rinomanza nazionale, si legge: «In generale l’incendio provoca nel suolo un accrescimento di quasi tutti gli elementi nutritivi, dovuto alle ceneri dei vegetali bruciati». E l’autore continua: "La pratica millenaria degli incendi pastorali ha quindi un certo fondamento scientifico".
Frasi simili mi immergono in un lago di colesterolo: a mio avviso chi le ha scritte ha riportato tali e quali vecchie affermazioni, frutto di analisi solo parziali del fenomeno.

In primo luogo il migliore fertilizzante naturale, in una prospettiva a lungo termine, non è rappresentato dalle ceneri di un incendio ma dall’humus: la lettiera, che rinveniamo abbondante nei boschi di leccio e di latifoglie, viene trasformata da miliardi di microrganismi febbrilmente attivi, in un’ingente massa di principi minerali a disposizione dei vegetali superiori.

E' difficile quantificare i risultati di questo lavorio; conteggi da considerare, ovviamente, molto molto approssimativi, hanno fatto conoscere realtà insospettate: in un singolo grammo di terra di bosco con un suolo ricco di humus, convivrebbero 35 milioni di batteri, 100000 alghe, 1 milione di funghi microscopici, 750000 protozoi: un microcosmo brulicante di vita, di una vita occulta e feconda che, partendo dalle spoglie di animali e di vegetali, libera in gran copia principi minerali utili alle piante superiori. Per raffigurarvi meglio questa realtà invisibile e sconosciuta, pensate che per ogni ettaro di bosco formato da alberi buoni produttori di humus, il peso complessivo dei vegetali e degli animali microscopici, presenti nel suolo, ammonterebbe a circa due tonnellate e mezzo.

Tornando alla frase incriminata, il forte rallentamento della ripresa vegetativa che si registra sulle piante negli anni successivi ad un incendio, non avrebbe spiegazione se il fuoco provocasse effettivamente <<nel suolo un accrescimento di quasi tutti gli elementi nutritivi>>.
La realtà è che i vegetali traggono un giovamento ben modesto ed effimero dalla presenza di ceneri e subiscono invece pesanti conseguenze per l’inaridimento del suolo e la distruzione dell’humus ad opera del fuoco.

Ciò vale per i terreni pianeggianti e, a maggior ragione, per quelli in pendio: su questi ultimi vento e piogge asportano le ceneri, per cui i vegetali non possono nemmeno godere dei benéfici principi minerali effettivamente contenuti nelle ceneri stesse. Tutti aspetti che la frase incriminata si guarda bene dal contemplare.

Quanto all’affermazione secondo la quale l’uso del fuoco da parte dei pastori ha un fondamento scientifico si tratta di una bestemmia ecologica formulabile da chi ignori lo studio fitosociologico della vegetazione: per i pastori, per certi esperti, per molti pianificatori territoriali, che non sanno riconoscere le specie erbacee in generale, e le graminacee e le ciperacee in particolare, vale l’uguaglianza «erba = pascolo», sempre e comunque.
Si sa solo teoricamente che esistono buone e cattive foraggere; non si fanno studi fitosociologici delle cotiche erbose attraversate ripetutamente dal fuoco: si ignora quindi che gli incendi frequenti fanno scomparire proprio le specie che il bestiame appetisce perché tenere, delicate, ricche di acqua, mentre col tempo si diffondono le forme vegetali che il fuoco agevola perché dure, coriacee, fortemente cespitose (come tra breve vedremo).
La selettività del bestiame al pascolo (soprattutto dei bovini) fa il resto: alle piante dure e coriacee si sommano quelle rifiutate perché velenose, spinose, aromatiche o semplicemente resistenti al calpestìo.
Questo insieme di fattori sta alla base della modestia delle risorse pabulari della maggior parte dei bassi rilievi liguri, risorse progressivamente ridotte, di anno in anno, dagli incendi e costantemente sopravvalutate da quasi tutti coloro che dovrebbero gestirle nel tempo con sensibilità e oculatezza.

Per concludere, è giusto ribadire che un terzo, gravissimo tipo di danno provocato dal fuoco è la distruzione della lettiera e dell’humus.
Alla sete, per le povere piante superstiti, si aggiunge... la fame, sotto forma di carenza, per tempi assai lunghi, di principi minerali indispensabili.

Non è finita qui. Facciamo un viaggio in VaI Padana: gli incendi, in pratica, sono inesistenti.
Campi di grano, di granoturco, di barbabietole, risaie, frutteti, pioppeti si alternano.
Vi pongo una domanda: è possibile trovare in Vai Padana piante come rovi e vitalbe? . E se sì, dove? Ve lo dico subito io: in pratica sui bordi delle massicciate ferroviarie, sulle spallette autostradali e strada

li sui lati dei canali d’irrigazione, ai margini dei viottoli di campagna oltre che in pochi altri ambienti in cui, per fortuna, la presenza di queste specie oltremodo competitive è modesta (e per lo più da attribuire all’irradiazione da uno dei luoghi citati in precedenza).

Non vi viene voglia di domandarvi che cosa accomuni ambienti tanto diversi? In primo luogo si tratta di zone antropizzate, ma ciò non è sufficiente a fornire una spiegazione: anche le aree agricole sono plasmate dall’uomo.
La verità è che rovi e vitalbe sono diffusi su quei suoli che l’uomo brucia regolarmente per tenerli ((puliti)), ossia liberi da vegetazione legnosa indesiderata.

Il passaggio ripetuto del fuoco determina profonde trasformazioni fisico-chimiche del terreno, in particolare un aumento del pH. E chiaro che col tempo l’ambiente diviene recettivo soprattutto per poche specie, molto competitive e, come si suoi dire, <<ampiamente pH-tolleranti»: rovi e vitalbe su tutte.

Anche altre piante più o meno lianose (cioè a portamento simile a quello delle liane) sono agevolate dall’incendio, soprattutto per la riduzione della concorrenza tra i vegetali e il forte soleggiamento del terreno: rami striscianti, destinati a cercare il sole salendo su altri vegetali, arbustivi o arborei, possono liberamente espandersi.
Quando incontrano esemplari legnosi di maggiori dimensioni, i tralci delle specie lanose li usano come comodo supporto per esporre meglio le proprie superfici fotosintetizzanti ai raggi del sole: arbusti ed alberi, usati come sostegno, e poi totalmente ricoperti, si defogliano e muoiono.
Tra le piante che ricavano questo tipo di beneficio dal passaggio del fuoco, dobbiamo citare la salsapariglia nostrana (o strappabrache) e i caprifogli mediterranei; nessuna però raggiunge il livello di distruttività dei rovi e soprattutto della vitalba.


Quest’ultima riesce a salire su alberi di oltre 20 metri e a ricoprirli comPletamente; oltre a dimostrare una vivacità metabolica encomiabile (purtroppo), che la porta ad uno sviluppo rigogliosissimo, possiede frutti provvisti di lunghe reste piumose, idonei quindi ad essere dispersi dal vento su vaste superfici; i semi sono numerosi e assai germinabili e le plàntule sono frugali: in tal modo la vitalba (una sorta di flagello vegetale!), partendo da zone incendiate, può poi diffondersi anche in aree lontane, non raggiunte dal fuoco, sommergendo e uccidendo alberi e precludendo totalmente il transito sul terreno.


E pensare che la SNAM Progetti (e forse anche altri) ha realizzato rimboschimenti a base di vitalba! Homo sapiens sottospecie sapiens!
Pure altre forme vegetali sono agevolate dal passaggio del fuoco: canne e felci aquiline, ad esempio, che possiedono un rizòma, cioè un fusto sotterraneo, piuttosto profondo: le fiamme passano in superficie, lasciano intatti i rizomi e fanno loro il favore di ridurre drasticamente sul terreno la competizione di altre specie vegetali: i risultati sono fittissimi canneti (a canna comune, non a cannuccia di palude, che è indicatrice, invece, di suoli intrisi di acqua), e addensamenti di felce aquilina.
Le canne non rappresentano un problema: sono utili per molti impieghi.
Le felci aquiline, invece, non servono: sono anche rifiutate dagli erbivori e non possiamo neppure tritarle e mescolarle al foraggio perché si è constatato che nel bestiame provocano il cancro nell’apparato digerente (nell’uomo, invece, causano tumori alla vescica: lo sanno bene i giapponesi, che in passato ne consumavano i germogli in insalata).

Altre specie agevolate dal fuoco sono, come si è già accennato, le graminacee fortemente cespitose: l’incendio non distrugge i cespi completamente e, ben presto, molte gemme dormienti si risvegliano ricostituendo i cespi originari; su suoli devegetati dal passaggio delle fiamme si avrà poi un rapido attecchimento dei semi della generazione successiva, e il risultato sarà una forte diffusione di queste graminacee massicce, dure e coriacee (di nessun valor alimentare per gli erbivori: sarebbe come chiedere a un essere umano di mangiare insalate di foglie di granoturco).
Certi prati a dominanza di lisca sul promontorio di Portofino hanno proprio una simile origine.

Un’ulteriore categoria di piante agevolate dagli incendi è quella delle specie produttrici di grandi quantità di semi, tutti facilmente germinabili, e di plantule frugalissime ed eliòfile (cioè idonee a crescere in ambienti assolati).


Tra gli alberi dobbiamo citare i pini, soprattutto il pinastro: l’anno successivo ad un distruttivo incendio in una pineta, sono giunto a contare anche 50 pini neonati per metro quadrato, sotto gli alberi adulti, uccisi dal fuoco; la media, su 100 metri quadrati, era inferiore: circa 1300 piantine.


Tra gli arbusti della macchia mediterranea si segnalano soprattutto i cisti (quello a foglie di salvia, il cisto rosa e quello di Montpellier): quando, nella macchia, si notano addensamenti esclusivamente a cisti, si può stare certi che di li è passato il fuoco.

Un’ultima categoria di piante agevolate, ma solo in modo effimero, dagli incendi è quella delle specie annuali, di quelle forme vegetali, cioè, che nascono da un seme in primavera, in estate producono fiori e frutti e in autunno muoiono (ma i loro semi, svernando, daranno nuovi esemplari nella buona stagione successiva).

Le specie annuali, dove dominano le piante legnose e quelle erbacee plurienni, svolgono un ruolo nettamente subordinato: in pratica vivacchiano stentata-mente e con pochi esemplari, di solito concentrati dove le condizioni di vita siano più severe (si tratta, in genere, di piante frugalissime, piccine ed eliofile).

Il fuoco danneggia i loro semi in misura non rilevante; di conseguenza questi ultimi, trovando suoli liberi da sgraditi competitori, germinano in massa; quando poi si riafferma la vegetazione preesistente, le specie annuali riprendono ... a sopravvivere (finché ci riescono o fino ad un nuovo passaggio del fuoco).

Esistono quindi forme vegetali direttamente agevolate dagli incendi; esse vengono battezzate <<pirofìte>>.
Se il passaggio del fuoco è un fatto molto sporadico, le pirofite non riescono a prendere il sopravvento sulle altre specie; se l’incendio si ripresenta con una certa regolarità ma a intervalli sufficientemente lunghi, le pirofite tendono a costituire nuclei più

o meno densi ed estesi in seno alla vegetazione originaria; se il fuoco viene appiccato frequentemente, il degrado è ancora maggiore e il suolo può isterilirsi e rimanere denudato su vaste superfici con tutte le conseguenze che ne derivano.

Non abbiamo ancora finito di elencare i danni provocati dagli incendi agli ambienti naturali.
Dobbiamo ricordare che i drastici mutamenti ambientali hanno anche un negativo effetto sulla circolazione idrica e sul microclima delle zone devegetate dal fuoco: un bilancio idrico immiserito, a livello superficiale, si sposa a marcate escursioni termiche, ad un eccessivo soleggiamento (lo abbiamo visto), ad un’accentuazione degli effetti negativi del vento: in pratica cessa l’azione mitigatrice e protettiva in senso lato della copertura vegetale. (..segue..)