di FRANCO TASSI Coordinatore Comitato Parchi Nazionali d'Italia
A
chi lo avesse attraversato in lungo e in largo l'estate scorsa, il "bel
Paese" in fiamme offriva l'immagine dantesca d'un gironedell'Inferno, o
di un satanico "sabbah" delle streghe, più intenso e vasto degli anni
precedenti.
Incendi, colonne di fumo e boschi carbonizzati dal mare ai monti, e non solo
nel profondo Sud. "Fuoco a volontà", insomma, che non era il grido
d'attacco del Generale Custer a Little Big Horn, ma la fredda rappresentazione
della obiettiva realtà nazionale.
Una realtà sicuramente unica al mondo, dove il dilagare di questi incendi devastanti,
in grandissima parte dolosi, rappresenta l'unica certezza ecologica estiva degli
ultimi decenni, in un "crescendo" ineluttabile che, al di là delle
parole, dimostra con i fatti schiaccianti l'inefficacia delle nostrepolitiche
ambientali statali, regionali e locali.
La sola risposta percettibile a questo disastro è stata, ancora una volta, la
consueta alluvione di parole, promesse, polemiche,dichiarazioni e vuoti proclami.
Iniziative concrete quasi nessuna,per cui è logico prevedere che per l'anno
prossimo lo stesso rito si ripeterà regolarmente, magari con maggior ampiezza
e danno, senza che nulla cambi davvero.
Ma da cosa ha origine questa piaga tipicamente italiana, cui la nostra attuale
società sembra essere assolutamente incapace di porre rimedio? C'è una miscela
esplosiva di presupposti fisico-biologici, cui si sovrappongono decisivi elementi
politici e psico-sociologici. Sicuramente pesano, anzitutto, il cosiddetto "riscaldamento
globale", l'aridità mediterranea e la disponibilità sempre più esigua di
acque superficiali, a seguito della completa alterazione,dei sistemi umidi,
fluviali e lacustri del nostro Paese.
Ma non meno evidente è l'influsso di fattori più spiccatamente umani, come l'indifferenza,
l'improvvisazione e la disorganizzazione di fronte a queste calamità grandi
e piccole, che tutto possono dirsi tranne che "naturali".
Ma vediamo meglio quali sono i punti deboli del "sistema Italia" di
fronte al pericolo sempre incombente del fuoco (senza trascurare la minaccia
degli incendi invernali, talvolta persino più insidiosi perché inaspettati,
e quindi ampiamente sottovalutati).
BOSCHI ESANGUI
Si ha un bel dire che circa un quarto del Paese ècoperto da foreste, ma andatele
un po' a vedere: nella maggior parte dei casi sono soltanto boschi esangui,
troppo sfruttati, malprotetti e sopraffatti dagli usi più disparati, dal pascoloeccessivo
al turismo motorizzato invadente; quando non si tratti addirittura di coniferamenti
artificiali con piante resinose, o,eucaliptizzazioni ad oltranza, vere e proprie
esche ideali per il fuoco. Dal prodigo "bosco-spugna", ricco di muschi
ed humus che natura aveva creato, siamo dunque passati al "bosco-torcia"
vulnerabile e dilavato, incapace ormai di resistere a qualsivoglia fattore avverso
STRADE
Ogni angolo di bosco è ormai raggiungibile facilmente con strade e piste forestali,
paradossalmente aperte in molti casi appunto "per spegnere meglio il fuoco".
Ma è proprio la possibilità di dispersione di auto e moto nel bosco che porta
all'accensione di migliaia di fuochi, all'abbandono di milioni di mozziconi
di sigarette e al lavoro indisturbato di centinaia di piromani.
Un governo serio del territorio avrebbe quanto meno chiuso al traffico privato
tutti questi accessi, riservandoli esclusivamente agli addetti ai lavori!
DISORGANIZZAZIONE
Troppe autorità e pochi mezzi creano il completo caos quando occorre intervenire
tempestivamente, malgrado gli sforzi straordinari, e i sacrifici a volte estremi,
del personale addetto.Pare incredibile che questo Paese tanto ricco e sprecone,
famoso per la moda d'avanguardia e i lussuosi cabinati, dove l'indice pro capite
di vani abitabili, autoveicoli e telefonini risulta uno dei più alti del mondo,
non disponga che di pochi aerei malridotti e di qualche autobotte quasi sempre
in riparazione quando scoppia l'incendio di turno.
NORMATIVA
Anche se non costituisce certo il punto determinante,una migliore legge sugli
incendi non guasterebbe: ma soprattutto occorrerebbero la volontà e la capacità
di attuarla. Un solo esempio: tutti credono, e proclamano, che è vietato costruire
sulle aree incendiate. Ma come è possibile crederlo, se non esiste neppure un
catasto pubblico delle zone percorse dal fuoco? E va bene inasprire le pene,
intensificando i controlli contro i piromani:anche se tutti sanno bene che questo
è un campo in cui certi criminali operano da decenni, con la più tranquilla
garanzia di totale impunità.
EDUCAZIONE CIVICA
Ecco qualcosa che nessuno insegna, né vuoleascoltare. Peccato, perché sarebbe
la chiave di volta dell'opera di prevenzione necessaria: che non può basarsi
che su un assiduo attento "controllo sociale", realizzato con la piena
e convinta partecipazione di tutti i cittadini.
Senza naturalmente trascurare l'impiego di adeguate risorse umane e finanziarie
nella vigilanza preventiva sul territorio (dal telerilevamento alle torri di
controllo, dalla sorveglianza aerea al pattugliamento terrestre marino),
anche attraverso adeguata segnaletica "attiva" e messaggi sui mezzi
di informazione, e soprattutto per mezzo d'un Volontariato ben organizzato e
attrezzato.
RESTAURO ECOLOGICO
Questa è davvero l'altra piaga del problema, e l'ultima trovata di certi eco-affaristi.
Dietro al fronte del fuoco prosperano interessi poco chiari, cantieri di rimboschimento
programmati e provocati, interventi tanto massicci quanto ecologicamente disastrosi.
La cosa più logica sarebbe invece favorire la ricostituzione spontanea della
vegetazione naturale, che attecchisce subito (come il corbezzolo) o resiste
meglio il fuoco(come la sughera), tutt'al più incoraggiandola con semine di
funghi e piantagioni pioniere. Per il resto, meglio lasciar spazio alle risorse
endogene dell'ecosistema, anziché manipolarlo in modo errato, come spesso accade.
E l'occupazione? Assai più sano e appropriato spendere 10 subito, nella prevenzione
(vedi punto precedente), anziché 100 dopo, nei cantieri, quando il danno è ormai
stato fatto e prosperano già gli oscuri intrighi delle piccole mafie locali.
Fuoco a volontà? Sì, purtroppo in Italia è proprio così.
Almeno fino a che questo Paese bello e dannato non saprà esprimere, forte e
chiara, una propria precisa volontà contro il fuoco.
Villaggio
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