di Franco Tassi Coordinatore
Comitato Parchi Nazionali
tratto da : Villaggio Globale n°15/2001
Di appelli in
difesa del verde superstite potrebbe essere lastricata la via che porta all’inferno
ecologico.
Perché tutti questi appelli, vecchi e nuovi, passionali o scientificamente documentati,
in difesa del parco pubblico urbano come della foresta amazzonica, hanno in
comune una fondamentale caratteristica: quella di restare quasi completamente
inascoltati.
| Il servizio ecologico offerto da un albero è prezioso e insostituibile: basti pensare ad esempio che un gruppo di 3 alberi, piantati strategicamente attorno ad un edificio, può ridurre il costo energetico di aria condizionata dal 10% al 50% |
Potremmo dire anzi, con qualche semplificazione che però non si discosta troppo dalla verità, che alla lenta crescita d’attenzione, sensibilità e pubblicistica sull’argomento corrisponda, negli ultimi anni, una rapida accelerazione dei processi distruttivi: come non sarebbe troppo difficile verificare, se solo si volessero aprire gli occhi sulla realtà.
La foresta tropicale pluviale continua ad essere devastata nel modo più insensato: disboscamenti, incendi, penetrazioni agricole e minerarie, sovvertimenti dell’equilibrio idrogeologico…
Dal Sud America all’Africa
Centrale, fino all’Estremo Oriente, milioni di piccoli tarli armati delle più
distruttive tecnologie, in nome del profitto delle grandi compagnie occidentali
(soprattutto giapponesi, ma anche americane ed europee, comprese quelle italiane)
distruggono cento per utilizzare uno, lasciando alle comunità e alle tribù locali
soltanto miseria e devastazione, e donando alle corrotte autorità complici del
massacro un pugno di lenticchie.
Chi tenti d’opporsi è spazzato via senza scrupoli.
Suscitò scalpore, qualche anno fa, il caso di Chico Mendes; ma da qualche mese, nella parte opposta del pianeta, è misteriosamente scomparso, senza lasciar traccia, uno dei più attivi difensori della giungla asiatica e delle sue genti, il mio amico svizzero Bruno Manser.
L’avevo salutato appena
un anno fa, prima che partisse per la sua estrema impresa disperata nel Borneo,
in difesa delle ultime foreste vergini del Sarawak e delle tribù dei Penan che
ancora vi sopravvivono.
In passato, facendosi paracadutare nel cuore di quest’ambiente selvaggio, aiutato
e nascosto dagli indigeni che lo adoravano, era riuscito a mobilitare l’opinione
pubblica a favore della natura, sfuggendo alla persecuzione del governo locale,
che già precedentemente lo aveva arrestato e lungamente detenuto in carcere.
Questa volta, nessuno sa
dove sia, cosa gli sia capitato, se sia vivo o morto.
Tra le sue colpe imperdonabili (che forse gli sono costate la vita) quella d’aver
creato in Svizzera un Fondo senza fini di lucro per insegnare ai ricchi europei
come usare legno e materiali accettabili sul piano morale ed ecologico, evitando
di devastare ulteriormente le straordinarie selve dell’arcipelago indonesiano.
Ma se ai tropici si piange,
altrove non si ride davvero. L’assalto alle foreste continua, forse meno evidente
e clamoroso, ma certo altrettanto subdolo e rovinoso, anche nelle immense taighe
boreali, dalla Siberia alla Scandinavia, dal Canada agli Stati Uniti d’America.
Né fa eccezione la vecchia Europa, con le sue ultime foreste temperate: dove
magari l’insidia maggiore non viene dall’accetta o dalla motosega, ma dalle
strade ovunque dilaganti e dal fuoco ormai inarrestabile.
Quanto all’Italia, si può
immaginare facilmente quanti espedienti il nostrano genio contronatura abbia
saputo escogitare per aggirare i tenui vincoli e divieti, faticosamente ottenuti
negli ultimi tempi per salvare il meglio del «bel Paese».
Persino nei Parchi Nazionali, sia pure con qualche meritoria eccezione, continuano
impuniti, nell’indifferenza quasi generale, tagli più o meno illegali.
Persino nell’incantevole paesaggio delle colline di Toscana orde di Lanzichenecchi
(nella specie, miopi ed avidi imprenditori locali che sfruttano manodopera balcanica
a bassissimo costo), nella compiaciuta tolleranza di tutte le Autorità competenti,
fanno strage di querce ultrasecolari e di castagni millenari, che generazioni
di abitanti locali avevano sempre rispettato.
Ma chi voglia constatare
con i propri occhi lo sfacelo in atto, non deve neanche andare tanto lontano:
gli basterà guardarsi intorno, con un po’ d’attenzione, anche in città.
Qui troverà agevolmente l’esemplificazione più completa e illuminante di come
il verde non va assolutamente trattato: la riscontrerà ad esempio nei parchi
pubblici abbandonati, nelle aiuole ingombre di rifiuti, e nei viali e negli
alberi secolari potati nel modo più turpe, in virtù di quella forma di depravazione
nazionale che già all’inizio del secolo il viaggiatore inglese Norman Douglas
aveva appropriatamente battezzato «la mutilomanìa del meridione».
Eccelsi nella declamazione teorica, gli italiani s’illustrano un po’ meno nella pratica concreta; sublimi nel progettare grandi opere, precipitano a livello sotto zero nel più modesto, e meno gratificante compito di assicurare il normale funzionamento di strutture e servizi.
Enfatici apologeti dell’ambiente in qualsiasi inchiesta o sondaggio a livello europeo, subiscono drastici annebbiamenti della memoria allorché si tratti di salvaguardare, in concreto, realtà a loro più vicine, quali parchi e foreste, coste e fiumi, alberi ed animali.
Forse, per riequilibrarli, sarebbe utile ricordar loro quale sia l’incommensurabile valore dell’albero o della foresta, il vero «oro verde» di cui non solo i nostri nonni e bisnonni, ma persino le tribù primitive considerate «selvagge» avevano perfettamente compreso il significato. Partendo dalla riflessione elementare, quella che considera la centralità dell’unità verde più semplice: vale a dire, l’albero stesso.
- Un albero grande e bello
costituisce un patrimonio virtualmente insostituibile.
Tagliare un albero maturo, rimpiazzandolo con una giovane pianta, non garantisce
affatto la compensazione di tutti i servizi ecologici perduti.
La superficie fogliare di un alberello appena piantato è infatti di circa 1
metro quadrato, vale a dire oltre mille volte inferiore a quella di un albero
adulto. Occorrono circa 50-100 anni prima che quest’alberello raggiunga lo stesso
diametro di un albero adulto, il quale però può essere da noi abbattuto in appena
10 minuti.
- Un albero sano e maturo,
con una chioma di 14 metri di diametro, ha una superficie fogliare totale di
1.800 metri quadrati.
Quest’albero filtrerà circa una tonnellata di pulviscolo atmosferico ogni anno,
assorbendo così batteri, fuliggine e altri corpuscoli.
Per esempio, la quantità di pulviscolo e fuliggine presente nell’area di una strada a intenso traffico è stata misurata a circa 15.000 particelle per litro, mentre in un parco urbano essa si riduce ad appena 2.000 particelle per litro.
- Circa 50.000 metri cubi
d’aria passano quotidianamente attraverso l’albero. Esso usa l’anidride carbonica,
mentre distrugge l’ossido di carbonio.
In una sola stagione di crescita, un albero produrrà tanta aria pulita da soddisfare
le esigenze di una persona per un intero anno.
- Lo stesso albero può attenuare
fino al 50% la velocità del vento. In una calda giornata d’estate, l’umidità
sotto il fogliame della chioma aumenterà del 2%, mentre la temperatura sarà
ridotta di almeno 2° C.
Ma è tanto difficile capire che gli alberi offrono benessere e ristoro, senza
nulla pretendere in cambio?
Qual è oggi il valore di un albero? Uno studio canadese di qualche anno fa stabilì che un albero di mezzo secolo, in città, fornisce utilità per complessivi 300 dollari l’anno (ossigenazione, antierosione, antinquinamento, fauna), pari a circa 60.000 dollari nel corso della sua vita (considerando l’inflazione!).
Applicando questi criteri il valore di un albero in città, per noi, corrisponderebbe quindi oggi ad almeno 500.000 lire l’anno, e ad almeno 100 milioni di lire nel corso della sua esistenza.
- È noto infatti che un albero
in città fornisce molti inestimabili «ecoservizi»: aria, ombra, frescura, varietà
estetico-paesaggistica, riparo e difesa contro fattori avversi, depurazione
contro l’inquinamento, habitat per la fauna e così via.
Lo studio canadese aveva analiticamente stimato che un albero dell’età di 50
anni in città fornisce un valore annuo di: $ 76 per ossigenazione e frescura
(risparmio d’aria condizionata); $ 75 per antierosione e difesa da tempeste
e alluvioni; $ 75 per ospitalità alla fauna (riparo, nidificazione, cibo); $
50 per controllo contro l’inquinamento.
Ciò significa che, nella sua vita, quest’albero ha fruttato alla società umana
$ 57,151: somma che, dato il tempo trascorso dalla ricerca, abbiamo ritenuto
di poter tranquillamente arrotondare a $ 60,000.
Spostando la situazione alla montagna, il valore non cambia sostanzialmente: perché se è vero che diminuiscono alcune voci, altre registrano sicuri incrementi (come la difesa idrogeologica, l’ospitalità alla fauna e soprattutto la conservazione e distribuzione dell’acqua).
- Per dirla in parole più semplici, il servizio ecologico offerto da un albero è prezioso e insostituibile: basti pensare ad esempio che un gruppo di 3 alberi, piantati strategicamente attorno ad un edificio, può ridurre il costo energetico di aria condizionata dal 10% al 50%.
Ecco perché, in definitiva,
possiamo tranquillamente affermare che, in città o in campagna, al mare o in
montagna, nelle vallate e nei deserti, questo «ritorno al verde» appare più
che mai necessario ed urgente.
Avere più alberi e più boschi significa avere clima più stabile, piogge più
regolari, inverni meno estremi ed estati più fresche: ma anche più legname,
più frutta, più animali, più risorse biologiche, nonché aria migliore ed acqua
in abbondanza…
E non sono proprio queste le risorse di cui il vecchio, sfruttato ed esausto Pianeta Terra ha più bisogno per i suoi imprevidenti abitanti?