SONO FORSE SULLE ALPI I DANNI PEGGIORI

 

Di Alberto Cerise,
Tratto da OASIS Supplemento al n°10 Ottobre 1992 "Il bosco in pericolo"
Ispettore Forestale,Dirigente Corpo Forestale Valdostano.

 


 

 

Indice Articoli
  1. Introduzione
  2. Una media di 38 incendi boschivi ogni anno
  3. Dalla terra e dall’aria gli interventi piu’ efficaci
  4. Una speranza nelle piantine micorrizzate


    Gli incendi alpini determinano spesso conseguenze ancora piu’ gravi di quelli mediterranei.
    Soprattutto sotto il profilo ecologico.
    Con un danno economico gravissimo, se correlato all’attuale pressione antropica.

    QUANDO Sl PARLA di incendi boschivi si e’ portati a pensare ai gravi eventi che ogni estate devastano i boschi e le macchie lungo la penisola italiana.
    In realta’ tale visione e’ limitativa, dato che gli incendi non sono solo una realta’ estiva e propria di queste regioni. Anche le aree boscate delle Alpi bruciano e cio’ spesso avviene, quasi paradossalmente, nel periodo invernale-primaverile, quando le temperature sono piuttosto basse, ma vi e’ disponibilita di combustibile. 
    E’ una regola generale quella secondo la quale gli incendi piu’ gravi coincidono con il periodo di riposo vegetativo nella zona che si considera, specie quando lo strato erbaceo e’ secco, dato che questo e’ il primo veicolo per la propagazione del fuoco.

    Nelle zone alpine la gravita’ del fenomeno e’ differente rispetto a quelle costiere, principalmente a causa della diversita’ nella vegetazione che brucia e spesso anche per le caratteristiche delle modalita’ di propagazione. 
    Gli incendi di macchia che si estendono in giornate di forte vento diventano facilmente incontrollabili se non vengono affrontati in un brevissimo lasso di tempo.

    In un recente convegno sul fuoco in ambiente mediterraneo, tenutosi a Nizza, dagli operatori antincendio e’ emersa piu’ volte questa necessita’, tanto da arrivare ad individuare nella soglia dei 10 minuti il limite massimo utile per affrontare con efficacia i focolai propagantisi nella macchia mediterranea. 
    La maggiore violenza di questi incendi e’ in parte dimostrata dalle superfici medie percorse nelle varie province italiane.
    Nelle zone costiere dell’Italia insulare e peninsulare in media annualmente gli incendi percorrono una superficie di 121.340 ettari, mentre nelle province alpine ne vengono bruciati 14.633 (medie riferite al periodo 1974-1985). Anche se la gravita’ del fenomeno nel suo complesso e’ minore dobbiamo constatare che gli incendi alpini determinano in molti casi conseguenze anche piu’ gravi di quelli mediterranei.

    D’altronde il fuoco ha dimostrato piu’ di una volta di essere in grado di creare seri problemi alle forze antincendio anche in queste regioni, basti pensare all’inverno 1980-1981 quando in poco piu di una decina di giorni vennero percorsi piu’ di 20 mila ettari nel Piemonte e nella Valle d’Aosta o al 1990 quando nelle stesse regioni si ebbero piu’ di 45 mila ettari di territorio bruciati.   Queste situazioni "esplosive" sono spesso associate ai gravi e prolungati periodi di siccita’ ed a forti venti fohnizzati, fenomeni tipici delle vallate alpine.

    Inoltre non bisogna dimenticare il fattore orografico che favorendo il fuoco ostacola non poco le operazioni di estinzione.
    Per avere un quadro esatto di cio’ che e ‘il fenomeno degli incendi boschivi sull’arco alpino bisognerebbe esaminare nel dettaglio le molte realta’ presenti in questa catena montuosa.
    Tuttavia una certa idea si puo’ gia’ avere considerando nel dettaglio anche solo una singola regione, come ad esempio la Valle d’Aosta, che riassume molte peculiarita’ proprie anche ad altre zone alpine.

    Una media di 38 incendi boschivi ogni anno

    I PRIMI DUE APPROCCI che bisogna fare per inquadrare gli incendi alpini sono relativi al clima ed al tipo di vegetazione, due parametri che caratterizzano gli incendi nella loro quasi totalita’.
    Riguardo al clima ci si puo’ ricondurre ai tipi caratterizzati da massimi piovosi autunnali e tardo-primaverili, con periodi siccitosi, anche con totale assenza di precipitazioni per varie settimane, durante 1’inverno e 1’estate.

    Oltre alla distribuzione stagionale delle precipitazioni ne esiste anche una spaziale, che condiziona una notevole quantita’ di mesoclimi localizzati nell’ambito di una regione sia pur piccola come la Valle d’Aosta.
    Le temperature variano in funzione dell’altitudine, ma in generale si puo’ affermare che la vallata e’ caratterizzata da forti escursioni termiche, specie nel periodo invernale; in una buona parte dei casi queste sono riconducibili all’insorgenza del fohn, vento caldo e secco che insorge improvvisamente elevando la temperatura spesso fino a 19’C nel giro di alcune ore.
    Queste caratteristiche condizionano i tipi di vegetazione, tanto che essenze esigenti come il faggio sono ben poco rappresentate nella regione.
    I tipi di popolamento, se sono abbastanza caratteristici degli orizzonti montani nelle zone periferiche a quantita’ di precipitazioni media, sono tipicamente submediterranei nella parte centrale della regione.
    Qui alle tipiche fustaie alpine di abeti, larice, betulla, si sostituiscono le pinete pressoche’ pure di silvestre o boschi misti di roverella, pini e castagno, quest’ultimo molto diffuso nei comuni di fondovalle.

    La rusticita’ di queste specie permette la formazione di boschi anche di discreto portamento persino sugli aridi versanti esposti a Sud, dove in un anno cadono in media solo 500-600 millimetri di acqua.
    Questi boschi risultano estremamente predisposti all’incendio, praticamente in ogni stagione dell’anno.
    La loro estensione in Valle d’Aosta e comunque limitata a circa 13-14 mila ettari sui circa 92 mila ettari totali boscati.
    Quindi solo un 14- 15 per cento dei boschi valdostani risulta a rischio elevato, mentre la rimanente parte presenta una pericolosita’ minore.
    Considerando che la quasi totalitá degli eventi si verifica in questo 14-15 per cento, risulta che la frequenza e’ ben piu’ elevata di quello che potrebbe sembrare, dato che in media ogni anno grosso modo si verifica un evento ogni 85 ettari di bosco o ogni 500 ettari di territorio.
    Le frequenze sotto ai 1500 metri di quota sono particolarmente elevate nei mesi invernali-primaverili, mentre alle quote piu’ elevate gli incendi si manifestano soprattutto in estate o in autunno.

    In media negli ultimi 9 anni si sono verificati 182 eventi all’anno, di cui 38 classificati come incendi boschivi.
    Le variazioni sono comunque molto ampie oscillando da minimi di 75 eventi a massimi di 372
    Nel complesso 1’elevato numero di principi d’incendio, cioe’ focolai che sono stati contenuti in un tempo relativamente breve e prima che potessero raggiungere un ettaro di estensione, dimostra il costante impegno degli addetti e che l’organizzazione antincendio e ‘discretamente efficiente.

    Nonostante questo si sono registrate situazioni in cui la struttura antincendio si e’ trovata in serie difficolta’, come nel 1990, quando vennero percorsi ben 1.215 ettari contro una media di 284 ettari all’anno.
    Puo’ essere interessante ritornare brevemente sulla frequenza d’incendio mensile, dato che questa e’ anche un indice abbastanza significativo delle cause d’incendio.

    Contrariamente alle regioni mediterranee, quelle alpine presentano il massimo degli incendi in primavera e precisamente a marzo ed aprile.
    Non e’ raro che in questi periodi vi sia una contemporaneita’ di focolai, che per la Valle d’Aosta puo’ arrivare anche a piu’ di una decina di focolai al giorno.  I mesi di dicembre, gennaio e febbraio possono registrare frequenze abbastanza elevate specie durante le giornate ventose.
    Gli incendi del trimestre invernale tuttavia sono subordinati alla presenza di precipitazioni nevose, dato che la neve al suolo e’ indubbiamente il sistema preventivo piu’ efficace.
    Anche la stagione estiva registra un discreto numero di eventi. Tuttavia le frequenze elevate e gli incendi gravi sono in genere associati a deficit idrici medio-alti.

    Dato che gli incendi si verificano principalmente sotto ai 1500 metri di quota risulta che sono piu’ colpiti dal fuoco i boschi di roverella, di castagno e di pino, sia silvestre che nero.
    Non bisogna pero’ dimenticare gli incendi che si verificano in quota nei lariceti o nelle peccete, che generalmente rimangono radenti ma che possono diventare anche violenti e distruttivi negli anni molto secchi.
    Frequenti sono gli incendi della vegetazione, definibili come territoriali, che pur non interessando zone boscate le minacciano direttamente e spesso rappresentano la via preferenziale di diffusione del fuoco in queste ultime. Questi incendi devono venire considerati con attenzione dato che impegnano le forze antincendio, sottraendole ad altri interventi.
    Il numero degli incendi nei terreni incolti diviene sempre piu’ alto col passare degli anni, dato che il progressivo abbandono della montagna crea una sempre piu’ elevata superficie di aree agricole abbandonate che lentamente vengono riconquistate dal bosco.
    Se questo fatto e’ alla base dell’estensione della foresta negli ultimi decenni, e’ allo stesso tempo un rischio per i boschi gia’ esistenti dato che gli incolti sono zone dove il carico d’incendio e’ elevato e il fuoco puo’ propagarsi a velocita’ elevata.
    Questi presupposti danno luogo ad una situazione che, pur non comportando degli impegni esorbitanti, impone la disponibilita’ di una struttura antincendio boschivo che sia in grado di intervenire lungo l’intero corso dell’anno.

    Inoltre e’ necessaria un’attrezzatura specifica che permetta di intervenire su tutti i focolai.
    In base ai dettami della legge 47/75 e della legge regionale 85/82 la competenza per 1’organizzazione della lotta agli incendi boschivi e’ del Corpo forestale valdostano, organizzato in un ispettorato centrale, presso cui opera il Nucleo antincendio boschivo del Servizio Forestazione e Risorse naturali, e in 16 stazioni forestali distribuite sul territorio.

    Queste sono attrezzate con piccoli sistemi modulari della capacita’ di 300-500 litri, atti ad effettuare il primo intervento sui focolai iniziali d’incendio.
    Alle dipendenze della stazione forestale si hanno squadre Aib, composte da 10 a 20 unita’, preferenzialmente operai forestali, opportunamente istruiti ed attrezzati.

    Questa struttura periferica effettua il primo attacco al fuoco, indubbiamente il piu’ importante, dato che e’ il cardine fondamentale per una efficace lotta antincendio. Quando la gravita’ della situazione lo impone o in previsione di operazioni di bonifica anche solo mediamente impegnative, il comando di stazione richiede l’intervento del personale e dei mezzi del Nucleo antincendio boschivo.  Spesso s’impone 1’uso dell’elicottero, che oltre ad essere un ausilio indispensabile a volte si dimostra 1’unico utilizzabile con efficacia.
    Attrezzature di recente acquisizione inoltre permettono di ottimizzarne l’impiego, come ad esempio le vasche portatili a capacita’ variabile (2500 litri) o i sistemi modulari elitrasportati; inoltre sono in via di sperimentazione i serbatoi ventrali.

    Dalla terra e dall’aria gli interventi piu’ efficaci

    NON BISOGNA DIMENTICARE comunque che 1’impiego della manodopera terrestre e’ comunque sempre indispensabile, dato che negli ambienti alpini 1’opera finale di bonifica e’ un’operazione capillare e metodica che puo’ venire effettuata con efficacia e costi accettabili solo da terra.

    Gli elicotteri che vengono impiegati piu’ frequentemente sono quelli leggeri, che per la loro versatilita’ d’impiego possono anche trasportare uomini ed attrezzature sull’incendio, oltre ad effettuare i lanci di acqua o miscela ritardante.

    Non bisogna sottovalutare il grande contributo che viene dato dai Vigili del fuoco permanenti e volontari che operano in Valle d’Aosta e che in quasi tutti gli incendi accorrono specie nella prima fase delle operazioni, cioe’ quando e’ necessaria un’ingente forza d’urto per contenere le fiamme.

    L’efficienza della fase di estinzione tuttavia e’ spesso subordinata al lavoro di prevenzione effettuato in precedenza sul territorio. 
    Queste operazioni, previste dal piano antincendi boschivi, vengono effettuate in maniera diversa a seconda del tipo di opera in esame.

    Finora 1’attenzione e’ stata concentrata principalmente sulla viabilita’, sulle riserve idriche e sulle cure selvicolturali in bosco.
    Riguardo all’utilita’ delle piste forestali si e’ gia’ detto in precedenza. Queste opere antincendio spesso chiacchierate ed osteggiate erroneamente, risultano uno dei cardini fondamentali della lotta agli incendi boschivi. Altro cardine fondamentale sono le riserve idriche, indispensabili in zone dove le precipitazioni medie annue sono anche inferiori ai 500 millimetri.

    In questo caso tuttavia, oltre alla costruzione ex novo dei serbatoi, si cerca di recuperare vecchie vasche irrigue mediante finanziamenti a privati e di utilizzare mediante particolari tecniche tali riserve anche per uso agricolo.  Molta importanza hanno i lavori selvicolturali volti alla diminuzione dei carichi d’incendio in bosco, che rappresentano nel contempo un miglioramento produttivo e sanitario del bosco stesso.
    Sempre nel settore delle misure preventive, un ruolo significativo e’ svolto dalla previsione del pericolo d’incendio, cioe’ dall’insieme dei metodi manuali o computerizzati che, in base ai parametri meteorologici ed al bilancio idrico, permettono d’individuare i momenti di grave pericolo per le diverse parti del territorio e quindi di intraprendere tutte le misure preventive e repressive atte ad individuare i focolai e ad intervenire su di essi nel piu’ breve tempo possibile (intensificazione dell’avvistamento, aumento del numero di pattuglie in servizio, chiusura di strade, divieto di accensioni, ecc.).

    Un ultimo aspetto che bisogna considerare esaminando gli incendi boschivi sono i danni di diverso tipo che essi causano. Premettendo che i popolamenti che vengono percorsi sull’arco alpino e quindi in Valle d’Aosta, solo in una limitata percentuale di casi sono parzialmente adattati al fuoco, si puo’ facilmente capire come questi incendi spesso arrechino danni anche degni di rilievo.

    Volendo schematizzare 1’argomento si possono individuare due diversi tipi d’incendio, in base alla frequenza del passaggio del fuoco nella stessa zona boscata.
    Si hanno cosi’ incendi ripetuti, quasi definibili come "cronici", specie alle quote piu’ basse.   Durante questi eventi il fuoco ripercorre il bosco anche ad intervalli inferiori ai 5 anni.
    In genere le cause sono agricole o pastorali e la ripetitivita’ negli stessi boschi e’dovuta all’adiacenza con gli appezzamenti coltivati o adibiti a pascolo.

    Anche se i danni da un punto di vista economico sono molto contenuti, data la bassa rendita produttiva di questi boschi, non lo sono altrettanto sotto 1’aspetto ecologico. Specie tolleranti il fuoco, come la roverella o altre latifoglie dotate di capacita pollonifera, alla lunga non sono piu’ in grado di garantire una sufficiente copertura e pertanto il popolamento tende a diventare un coacervo di specie arbustive e di alberi deperienti.
    Tale situazione, oltre ad impedire ogni miglioramento selvicolturale del popolamento, porta ad una progressiva involuzione floristica e predispone il bosco a venire nuovamente percorso dal fuoco.

    Una speranza nelle piantine micorrizzate

    IN MOLTE DI QUESTE ZONE si notano ormai i segni dei ripetuti passaggi delle fiamme; tipica e’ la presenza di radi alberi deperienti, alternati a terreni cespugliati spesso idrogeologicamente dissestati.
    L’effetto sulle popolazioni faunistiche e’ devastante, tanto che esse ripudiano per lungo tempo questi boschi.  Esistono infine gli incendi associati alle situazioni di grave pericolosita’ d’incendio, che percorrono le diverse zone boscate con tempi di ricorrenza molto elevati, non molto diversi da quelli delle foreste nord- americane.

    Le caratteristiche di questi incendi sono diverse, data la differente tipologia del fuoco condizionata dal maggiore carico d’incendio che si viene a creare a livello di sottobosco per 1’accumulo di necromassa indecomposta.
    La logica conseguenza di questi incendi molto violenti e’ la totale distruzione della foresta, in genere di conifere, con la possibilita’ della rigenerazione a breve termine della vegetazione arborea preesistente praticamente ridotta a zero.

    Gli effetti della rigenerazione naturale in queste zone dipendono molto dal tipo di combustione verificatasi, ma in genere su superfici vaste questa procede lentamente dalle zone periferiche verso quelle centrali, dove le condizioni microclimatiche sono proibitive anche per le specie arboree piu frugali.
    Tali situazioni sono la regola sui versanti esposti a Sud, mentre su quelli a settentrione la ricostituzione naturale e’ senza dubbio piu’ veloce e completa.

    In considerazione del fatto che il ruolo principale dei boschi valdostani e’ quello protettivo, si impone la necessita’ di rapidi interventi di ricostituzione, specie nelle zone dove il fuoco ha causato una distruzione totale del soprassuolo.
    La prima operazione che viene fatta e’ senza alcun dubbio la pulizia del bosco che consiste principalmente nel taglio e nell’esbosco delle piante morte, cio’ al fine di evitare pericolose espansioni di insetti xilofagi.
    Successivamente viene intrapreso il lavoro di ricostituzione vero e proprio, che attualmente da migliori risultati rispetto alle tecniche utilizzate nei decenni passati.
    L’uso delle piantine in fitocella ha ridotto le fallanze proprie dei rimboschimenti a livelli piu’ accettabili.

    I problemi relativi alla ricostituzione del bosco sui versanti piu’ aridi o nelle zone piu’ in quota sono notevoli, specie nei suoli superficiali o nei luoghi dove il fuoco ha mostrato tempi di residenza elevati con la totale consunzione della materia organica del suolo. Attualmente sono allo studio esperimenti in collaborazione con l’Universita’ di Torino per 1’utilizzo di piantine micorrizzate, che in linea teorica dovrebbero mostrare una migliore crescita rispetto a quelle non micorrizzate.

    Da quanto esposto risulta quindi che, anche in Valle d’Aosta, come in molte regioni alpine, gli incendi percorrono i boschi degradandoli ed in alcuni casi distruggendoli.
    Quindi creando situazioni di potenziale destabilizzazione dei versanti, aggravata dalla fortissima spinta antropica che attualmente si ha non solo su tutto il territorio italiano, ma soprattutto nelle localita’ turistiche.