L'ESPRESSO Dossier 16 Luglio 1998
CLIMA '98 / PERCHÉ IL SURRISCALDAMENTO
Questa Terra è una camera a gas
È l'effetto serra ad amplificare fenomeni come El Niño e la Niña. Così si moltiplicano incendi e uragani, siccità e temperature da incubo. E Al Gore dall'America chiede interventi radicali
di Daniela Minerva
Caldo. Afa. Cieli
pesanti. Correnti d'aria umida di inedita persistenza. Anticicloni mai così
instabili.
E altrove, nell'altro emisfero: incendi indomabili nel Meridione d'Italia e
in Grecia, in Florida, in Indonesia e in Brasile uniti a monsoni implacabili
origine di inondazioni nel subcontinente indiano e ai piedi delle Ande.
Poi, ancora: uragani nei Caraibi e ondate di caldo a Chicago e Melbourne. Difficile
ammettere che abbiano ragione i millenaristi nell'annunciare che tutto ciò segna
l'arrivo dell'Apocalisse prossima ventura.
Ma allora? Non c'è da stupirsi, spiegano i climatologi: per colpa dell'effetto
serra, la Terra è più calda di oltre mezzo grado e tanto basta a sconvolgere
completamente l'equilibrio di caldo e freddo, umido e secco a cui eravamo abituati.
E poi, aggiungono, c'è stato El Niño che ha ulteriormente scombinato le carte
facendo alzare la temperatura su tutto il pianeta: il 1997 è stato l'anno più
caldo mai registrato.
Ma El Niño è una corrente calda che dalle coste del Perù si muove verso il Pacifico occidentale in media ogni quattro anni, ha il suo picco a Natale e si esaurisce grosso modo a Pasqua quando lascia il posto a una corrente fredda chiamata la Niña. L'edizione '97-'98 di questo misterioso fenomeno ha cominciato a perdere di intensità già nel mese di maggio: dunque, se è vero che l'energia mossa in questi mesi dall'altra parte del mondo ha sconvolto il clima dell'intero pianeta, deve anche essere vero che le stranezze sono finite e possiamo apprestarci a tornare alla normalità.
E invece no.
Le ragioni le spiega un rapporto reso noto poche settimane fa dalla Casa Bianca
che ci informa di come ciclicità e intensità della corrente calda peruviana
interagiscano con il riscaldamento globale del pianeta dovuto alle emissioni
dei cosiddetti .gas serra. (soprattutto anidride carbonica, metano, e protossido
d'azoto prodotti nella combustioni di carburanti fossili, che formano attorno
alla Terra uno scudo e impediscono la rifrazione verso l'alto sotto forma di
radiazioni termiche dei raggi solari che colpiscono il pianeta).
Il risultato è duplice: El Niño da un lato diventa più aggressivo (colpisce
più spesso e con intensità maggiore) e dall'altro potenzia l'effetto dei gas
serra causando un'innalzamento della temperatura maggiore del previsto.
Autore di questo
scenario desolante è un climatologo del National Climatic Data Center americano,
Thomas Karl, che ha elaborato un modello in grado di prevedere le interazioni
tra gli El Niño dei prossimi dieci anni e il progressivo riscaldamento del pianeta.
L'allarme è tale che il vicepresidente americano Al Gore ha dichiarato l'intenzione
di stanziare sei miliardi e mezzo di dollari (circa undicimila miliardi di lire)
nei prossimi cinque anni per ridurre le emissioni dei principali gas serra.
La ferocia manifestata quest'anno da El Niño, che ha portato tempeste in California
e cicloni in Florida, potrebbe essere l'annuncio di un disastro climatico permanente.,
ha dichiarato il vicepresidente nel corso della trasmissione televisiva "Saturday
Night" condotta sulla rete televisiva Abc dal celebre anchorman Peter Jennings.
Ma l'annuncio
di Gore ha destato non poche perplessità. Innanzitutto tra gli oppositori di
sempre del vicepresidente ambientalista, che hanno subito attaccato la rete
colpevole di aver mandato in onda, hanno detto, il primo spot della campagna
per Al Gore, presidente nel 2000., e hanno attaccato Jennings per non aver invitato
nessuno scienziato di idee opposte a quelle del vicepresidente. Ma anche nella
comunità scientifica, niente affatto certa del legame tra effetto serra ed El
Niño.
Molti, come il potente direttore del Centro per le previsioni climatiche della
Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), Ants Leetma, sostengono
che .nulla dimostra l'esistenza di un collegamento tra i due fenomeni, anzi
tutto sembra indicare che El Niño non è collegato al riscaldamento globale.
Eppure è da poco tempo che gli scienziati studiano modelli previsionali capaci
di collegare la corrente del Pacifico all'effetto serra, e alcuni sostengono
che la dimostrazione matematica delle devastanti interazioni tra i due fenomeni
è dietro l'angolo.
La prima a suggerire
che l'effetto serra potesse inasprire le anomalie climatiche dovute al riscaldamento
ciclico dell'Oceano Pacifico fu la stessa Organizzazione Mondiale della Meteorologia
(Wmo) in occasione della Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici tenuta
a Kyoto sotto l'egida delle Nazioni Unite nel dicembre scorso.
Oggetto della Conferenza era la stipula di un trattato per ridurre (del 5,8
per cento in media da qui al 2010) le emissioni dei gas serra e contrastare
così il riscaldamento globale in atto.
E già i delegati di 150 paesi avevano il loro da fare per mettersi d'accordo
su questo: polemiche sull'effetto serra ce ne sono sin da quando cioè lo scienziato
della Nasa James Hansen testimoniò davanti al Congresso americano nel 1988 affermando
che era in atto un riscaldamento globale del pianeta. e le Nazioni Unite insediarono
di conseguenza una commissione (Ipcc, Intergovernamental Panel on Climate Changes)
per verificarlo.
L'Ipcc ha detto
la sua, molto discussa, ultima parola: il riscaldamento c'è e avrà conseguenze
drammatiche; e a Kyoto le nazioni si sono date appuntamento per cercare di arginarlo.
Ma erano i giorni che seguivano il lungo autunno caldo del '97: .Arriva El Niño.,
scrivevano i giornali e gli scienziati della Wmo a sorpresa sfoderarono un modello
di previsione che rendeva le trattative in corso di drammatica attualità.
Questo El Niño sarà tremendo,. affermarono: .incendi, uragani e distruzioni
supereranno quelle dell'annata '82-'83 [in cui la corrente del Pacifico causò
oltre 13 milioni di dollari di danni in tutto il mondo, ndr].
E potrebbe essere colpa dell'effetto serra. Il direttore dei programmi di ricerca
sul clima del Wmo, Hartmut Grassl, comunicò ai delegati che l'interesse dell'organizzazione
internazionale doveva ora spostarsi sulla messa a punto di modelli previsionali
dei comportamenti di El Niño in relazione al riscaldamento globale.
La ratio da cui
muovono gli scienziati è la seguente: la corrente calda che emerge nel Pacifico
meridionale ogni quattro anni circa (El Niño) è estremamente localizzata nello
spazio e nel tempo, eppure trasferendo il suo calore all'atmosfera la riscalda
di alcuni gradi, e questa minima variazione è sufficiente a generare fenomeni
anomali in tutto il mondo, dall'uragano Pauline che ha sconvolto Acapulco a
tre mesi di devastante siccità in Australia.
Questo è un esempio di cosa possa generare un innalzamento anche minimo delle
temperature; ma non solo.
Le ultime edizioni del Niño sono state più frequenti e drammatiche di quanto
la climatologia abbia registrato in passato.
Dunque, concludono gli scienziati: se El Niño si incattivisce potrebbe essere
colpa del riscaldamento globale in atto che, a sua volta, potrebbe acuirsi in
virtù della misteriosa corrente pacifica.
Le previsioni di Grassl non hanno tardato a dimostrarsi fondate: alla fine del novembre scorso i meteorologi del Bureau of Meteorology Research Center di Melbourne in Australia hanno pubblicato uno studio in cui dimostravano che se El Niño negli ultimi dieci anni ha fatto sentire i suoi effetti più spesso e per periodi più prolungati la colpa è dell' anidride carbonica accumulata nell'atmosfera, causa principale dell'effetto serra. E oggi arriva il rapporto di Karl Thomas che, in una previsione al 2008, conferma proprio il duplice catastrofico effetto che la Wmo aveva previsto durante la conferenza di Kyoto.
Piogge, onde, cicloni
All'improvviso
acquistano consistenza le richieste degli ambientalisti che da anni sventolano
i dati sul riscaldamento globale per profetizzare sciagure globali.
A quegli schiamazzi l'opinione pubblica ha sempre risposto con una certa freddezza:
in fondo, il Rapporto dell'Ipcc affermava che la Terra si era scaldata di mezzo
grado in cento anni, e che alla peggio (ovvero se non si farà nulla per ridurre
o stabilizzare le emissioni di gas serra) la temperatura aumenterà di tre gradi
e mezzo nel corso del prossimo secolo.
Mezzo grado, tre gradi e mezzo: sembrano nulla, e i rischi connessi a variazioni
così minime sembrano intangibili.
Ma gli incendi che stanno devastando Italia, Grecia e Florida (dopo un uragano
che ha sconvolto le coste dello Stato americano), le onde alte quattro metri
sulla spiaggia di Copacabana, o, le piogge torrenziali che (colpe dell'uomo
a parte) un mese fa hanno messo in ginocchio la Campania, e il caldo umido di
un giugno malsano sono sotto gli occhi di tutti.
Gli ambientalisti sanno che stabilire un collegamento tra El Niño ed effetto
serra aprirà la strada all'accettabilità politica delle misure necessarie a
diminuire le emissioni dei gas responsabili del riscaldamento globale.
Per questo il
campione mondiale dell'ambientalismo, Al Gore, si è presentato alla stampa con
accanto lo scienziato Thomas Karl a dire che bisogna fare presto.
Ma oggi, all'indomani dell'accordo di Kyoto che impegna i paesi industrializzati
a tagliare molto (8 per cento l'Europa, 7 gli Usa e 6 il Giappone) per lasciare
un po' di spazio di manovra alle economie emergenti e raggiungere tutti insieme
il taglio del 5,8 per cento al 2010, lo scontro politico si è fatto più aspro
che mai.
Ed è diventato una contesa durissima: da una parte i paladini dell'industria
carbon-petrolifera (i combustibili fossili sono i principali responsabili delle
emissioni di gas serra) impegnati a tutto campo, con fondazioni e istituti di
ricerca propri, per dimostrare che il riscaldamento non c'è, e se c'è è tale
da essere riassorbito dall'equilibrio naturale degli eventi atmosferici; dall'altra
quelli di un'altra lobby espressione di soggetti economici diversi, dai produttori
di tecnologie pulite alle assicurazioni, che in questi anni di devastazioni
dovute al clima hanno visto più che decuplicati i rimborsi per danni causati
da eventi meteorologici (da meno di due miliardi di dollari l'anno nel decennio
scorso, a 30 miliardi in media negli anni Novanta).
Cosa accadrebbe se un ciclone o un'inondazione colpisse Miami o New Orleans
dove ci sono beni assicurati per 50 miliardi di dollari?
Le grandi compagnie
di assicurazione, assieme alle industrie leader nei settori delle tecnologie
pulite e ad altri settori dell'economia che si sentono minacciati dagli incombenti
disastri ambientali fanno quadrato attorno ad Al Gore per contrastare l'opposizione
del Congresso americano (a maggioranza repubblicana) fermamente intenzionato
a non ratificare il Trattato di Kyoto almeno fintanto che non l'abbiano firmato
le nazioni in via di sviluppo, e in particolare le riottosissime India, Cina
e Brasile.
Mentre l'Europa sembra pronta a rispettare i patti, almeno sulla carta, lo scontro
politico negli Stati Uniti è aspro, e il vicepresidente è diventato il bersaglio
dei paladini dei combustibili fossili che hanno trasformato una querelle economico-scientifica
in una guerra di religione.
Dipingono sé stessi come fautori del progresso e Gore come, per dirla con le
parole di Fred Singer, celebre presidente del Science and Environmental Policy
Project (organizzazione finanziata dai petrolieri): .Un ideologo, fanatico seguace
del paganesimo New Age, adoratore della dea della terra Gaia.
Gore vuole portare l'America al disastro economico per salvare il pianeta, attaccano
gli uomini della Fossils lobby e aggiungono: se anche facesse più caldo poi,
gli Stati Uniti avrebbero solo che da guadagnarne.
Li sfiora solo un dubbio, espresso dal deputato repubblicano eletto nel sud
della California Dana Rohrabacher, grande surfista, che ascoltando gli scienziati
dell'Environmental Protection Agency prevedere inondazioni disastrose lungo
buona parte delle coste americane commentò: .Sono tentato di domandare come
tutto ciò influirà sulla cavalcabilità delle onde.
(16.07.1998)