II mito del bosco "pulito"

 

Tratto da: BOSCHI IN FIAMME di Enrico Martini.
1992, Sagep editrice,Genova

 


 

 Ho già accennato a questo argomento in precedenza; vediamo di ricapitolare e approfondire i punti principali.
Nel dinamismo della vegetazione, l’arbusteto precede il bosco; quando, tra gli arbusti, si sviluppano gli alberi, le fronde di questi ultimi si estendono progressivamente e la carenza di luce che ne deriva a livello del sottobosco porta gli arbusti alla morte; col tempo i loro resti scheletriti subiscono una completa consunzione.
Si genera cosi’ gradualmente un manto arboreo con un corredo di poche specie, per lo piu erbacee, idonee a vivere su un suolo in penombra.

Ecco quindi che un bosco in equilibrio con I’ambiente si presenta gia automaticamente "pulito": fenomeni di senescenza e di crollo degli esemplari arborei piu annosi e sviluppo di piante lianose, alle medie latitudini, sono per lo piu strettamente localizzati e non interessano grandi superfici.

Cosa fare quando ci si trova di fronte a fasi intermedie di questo processo dinamico? Lasciare campo libero alla natura equivale ad ottenere risultati apprezzabili solo in tempi lunghi.

A mio avviso, una volta che gli esemplari delle specie arboree fossero giunti ad un livello al- toarbustivo, si dovrebbe cominciare a tagliare alla base gli arbusti vicini, per diminuire l’infiammabilita’ complessiva e accelerare l’evoluzione del popolamento.

Quando gli alberi stessero prendendo il sopravvento sugli arbusti, il diramento di questi ultimi potrebbe essere generalizzato.

Dove, sotto le chiome dello strato arboreo, si notassero resti disseccati di arbusti, questi dovrebbero essere eliminati.
Tutto il materiale di risulta andrebbe trattato alla sminuzzatrice, in modo da ottenere una sorta di segatura grossolana, da spargersi sul terreno per produrre nuovo humus.

Simili scelte operative dovrebbero essere attuate tutte le volte che e in via di costituzione un bosco di leccio, di carpino nero, orniello, roverella, rovere, o una cenosi mista di latifoglie.

E’ indubbio che il problema maggiore lo pongono le pinete a pini termofili (d’Aleppo, pinastro e domestico), sotto i quali tendono ad estendersi gli arbusti.

A questo punto dai contadini ai cacciatori, dai pianificatori territoriali a certi giornalisti, e’ tutto un coro: "Abbasso gli arbusti, evviva gli alberi!".
Si auspica da piu parti un intervento di "pulizia", vero "toccasana" contro gli incendi.

In realta’ il problema e’a monte: si e’ davanti ad uno strato arboreo in disequilibrio con I’ambiente, che subisce la concorrenza della vegetazione spontanea, prima arbustiva e poi, col tempo, arborea.

E’ proprio il caso di difendere una situazione artificiosa, sapendo inoltre che questa difesa dovra’ protrarsi indefinitamente nel tempo?

Sapendo che i pini costituiscono comunque un’attrazione per gli incendiari dolosi, data I’alta combustibilita’ dei popolamenti? Sapendo che tendono a subire forti danni per effetto dell’aggressione di parassiti animali?
Sapendo che costituiscono ecosistemi semplificati e fragili, incapaci di migliorare il suolo e di favorire la genesi di boschi in migliore sintonia con le condizioni ambientali? (E’ chiaro che questo discorso vuole riferirsi precipuamente ai pinastri). E gli arbusti? Ma quando mai un arbusteto ha invaso un bosco di lecci o di latifoglie?

E’ chiaro che il ruolo degli arbusti e’ positivo, nell’economia della natura; l’ho gia’ sottolineato: gli arbusti tendono a favorire lo sviluppo di boschi in equilibrio con l’ambiente, contrastando, invece, quelli artificiali.
E dove, nell’Imperiese, le pinete a pinastro erano piu fitte, e quindi prive di arbusti per I’eccessiva penombra al suolo, ribadiamolo nuovamente, la morte degli alberi per l’aggressione della cocciniglia e di altri parassiti, ha portato al denudamento del suolo, che e’ diventato preda delle acque dilavanti, subendo erosioni accentuate; nei punti in cui era presente una copertura arbustiva il terreno si e’ mantenuto piu’ o meno integro.

A questo punto vogliamo ancora accanirci indiscriminatamente contro gli arbusti?

Come ci si dovrebbe comportare?

Per me andrebbe drasticamente ridotta la presenza degli arbusti nelle immediate adiacenze di tracciati pedonali o veicolari, ed entro qualche metro dai tronchi degli esemplari migliori di pino.
In ogni altro caso gli arbusti dovrebbero essere preservati.
Con due avvertenze: dovendo eliminarli sui terreni in pendio, evitare di tagliarli a livello del suolo ma piuttosto lasciarne monconi alti una trentina di centimetri, in modo da ottenere un minimo di argine alle acque piovane: se gli esemplari arbustivi sono in buone condizioni vegetative, la carie non riesce ad insediarsi.

La seconda avvertenza riguarda i popolamenti arbustivi misti, ad esemplari molto costipati; considerato che le eriche sono frugalissime ma migliorano ben poco il suolo in quanto produttrici di un humus molto scarso e acido, bisognerebbe in questi casi predisporre il taglio delle eriche, a vantaggio degli altri arbusti presenti, che avrebbero una migliore possibilita’ di esporre le loro fronde ai raggi del sole, rinvigorendosi maggiormente.

E i pini? A mio avviso dovrebbero essere diradati, con salvaguardia degli esemplari migliori: si potenzierebbe la vitalita’ di questi ultimi, si ridurrebbe la combustibilita’ del popolamento, si accelererebbe il ricupero di boschi in equilibrio con I’ambiente.

Ho gia’ affermato che mantenere chilometri quadrati di pinete dove la vita non sia severa per i vegetali, deve essere considerato uno spreco di potenzialita.
Quanto all’invasione di rovi e vitalbe, favorite dal fuoco, che si constata, ahime’, tanto frequentemente in Liguria, non vi e’ dubbio: pollice verso! Queste si’ che sono specie che "sporcano" i boschi!

E se il ruolo dei rovi, in un ambiente in penombra, e’ ridotto, non altrettanto puo’ dirsi delle vitalbe che, partendo dal suolo, possono spingersi fino a coprire totalmente alberi alti anche venti metri, lo abbiamo visto.
Purtroppo la lotta alle infestanti e’ lunga, ingrata e faticosa. Ne ri parleremo.

Per tornare al bosco "pulito", e’ chiaro che solo un’interpretazione "antropocentrica" della vegetazione e l’ignoranza di norme ecologiche basilari possono indurci a ritenere auspicabile un modello di bosco costituito da alberi sorgenti da una terra denudata.

Quante volte ho sentito opporre alle mie tesi la fatidica espressione: "Quando i boschi erano tenuti puliti da capre e asini, non bruciavano"! Addirittura ha trovato spazio sulla stampa l’idea bislacca, almeno a parer mio, di importare lama e di liberarli nelle nostre campagne.

A tutti gli strenui estimatori di alberi emergenti dalla nuda terra, obietto (per l’ennesima volta) che un tempo a una presenza assidua sul territorio si contrapponeva l’assenza di incendiari dolosi; inoltre la vita moderna, col suo carico di inquinamenti, e un tipo di clima che tende ad accentuare gli stress da deficienza idrica nelle piante, collaborano per danneggiare i boschi (si parla, appunto, di "danni di nuovo tipo", espressione che va preferita all’assai piu’ nota "piogge acide", dato che l’eccessiva acidita’ di certe precipitazioni e’ solo una tra le cause di danneggiamento dei boschi).

Se avessimo un ecosistema impoverito in cui la componente vegetale fosse rappresentata in pratica solo da un manto arboreo in disequilibrio con l’ambiente, e si instaurasse un fenomeno di moria del bosco, quali ne sarebbero le conseguenze sull’integrita dei pendii?

Da ultimo chi caldeggia la soluzione di un pascolo pernicioso come quello caprino sotto gli alberi, dovrebbe anche spiegare con quali sussidi didattici (e mezzi coercitivi) intenderebbe educare le capre al rispetto delle plantule degli esemplari di specie arboree: ho visto capre preferire di gran lunga piantine di lecci, ornielli, carpini neri, roverelle, ecc., e addirittura aghi di pini silvestri, invece dell’erba, pur abbondantemente disponibile.

Gli alberi non sono eterni: quando le nuove generazioni fossero state eliminate da un pascolo pernicioso, si postulerebbe forse un rimboschimento generalizzato per riottenere boschi? Con che spesa e con che esiti?

Se devo essere sincero, io le capre le impiegherei in una guerra ai rovi e alle vitalbe, ma non le libererei nei boschi.
Mi si obiettera’ che e’ tutta una questione di carico di bestiame. Posso essere d’accordo; non ho pero’ molta fiducia sulla garanzia che queste situazioni non sfuggano al controllo e sulla prontezza dell’adozione di eventuali interventi correttivi: in Italia "non vi e’ nulla di definitivo quanto il provvisorio " una volta che il danno fosse stato fatto ...