SE VOGLIAMO <<TROVARCI >> PERDIAMOCI NELLA FORESTA

 

Tratto da : OASIS supplemento al n°10 Ottobre 1992"il bosco in pericolo"
Di Vito Fumagalli Professore Ordinario di Storia Medioevale
presso la facolta’ di lettere e filosofia dell’Universita’ di Bologna


 

 

Bellezza e ambiente stanno tornando a essere due realta’ che coincidono.Ecco perche’ il ritorno della gente al mondo naturale, come alternativa all’alienazione dell’uomo, testimonia la perennita’ dei valori della foresta alla quale dobbiamo, oltre alla nostra storia, la nostra stessa sopravvivenza.

 

Foreste incantate e surreali, segnate da presenze magiche; foreste rifugio di eremiti e di santi, luoghi dell’incontro con la Divinita’; foreste silenziose e tristi, frequentate e sognate dai Romantici del secolo passato; foreste teatro dei riti sinistri della stregoneria... sono, queste ed altre, fantasie e realta’ della foresta, prodotti dell’immaginario umano, che ne hanno accompagnato la lunghissima storia, sue componenti essenziali. 
Il suolo, un tempo molto lontano, ne era ovunque ricoperto, quando le foreste terminavano solo ai limiti delle vaste e tristi brughiere, dalle piante aride, dai cespugli tormentati dalla siccita’ e dal vento sulle distese senza orizzonti delle grandi pianure.
Le foreste tornavano a ricoprire la terra dove questa era di nuovo fertile e non ospitava la brughiera; e nelle bassure paludose, boschi, canneti e stagni si alternavano, si mescolavano e 1’uomo si muoveva tra essi con piccole barche.
L’uomo comincio’ alcune migliaia di anni fa a farsi strada tra foreste impenetrabili, prima per cacciare selvaggina e raccogliere frutti spontanei, poi per guidarvi animali al pascolo, in seguito per aprirvi spazi destinati alle coltivazioni. 
Con accette rudimentali di pietra, poi  di  metallo, con il fuoco, nacquero  i campi dove il terreno era migliore, adatto ai cereali, alla vite, all’olivo.
Questo, tuttavia, non   avvenne dappertutto  nello stesso  tempo e nello stesso modo.
Molte foreste furono soltanto  leggermente   sfrangiate  ai bordi e restarono intatte per millenni su sconfinate superfici, non di rado sino ai giorni nostri, e ancora le possiamo ammirare.
Oggi, pero’, 1’attacco al bosco e all’albero s’e’ fatto universale, dissolutore, sfrenato, per mano di chi e’ divenuto nemico della natura, di tutta la natura prima ancora che delle piante.
Una fase quasi finale, questa, preceduta da una lunga storia, il punto d’arrivo di un atteggiamento e di un’azione dell’uomo che si sono rafforzati nei secoli nell’esercizio ostinato di trasformare l’ambiente, senza in tanti casi porsi dei limiti, nutrire dei timori, ricordare 1’indispensabilita’ di tutte le componenti di un insieme meraviglioso, complesso e delicato.Sistemi di valori, ideologie, ceti sociali, professioni hanno agito in modi diversi, a seconda di come percepivano il mondo naturale; e la  linea dura, quella che intendeva  e intende  procedere   drasticamente, mutilare,  ferire, uccidere  animali e piante, la linea   vincente, ha subito contestazioni, opposizioni, ha riscontrato battute d’arresto, in tanti luoghi non e’ riuscita ad imporsi. 
Tuttavia, con il trascorrere del tempo le remore agli interventi drastici sono andate svanendo, pur tra sussulti e riprese, ed e’ maturata sempre piu’ la convinzione di potere e dovere trasformare a fondo 1’ambiente, perdendosi la coscienza dell’indispensabilita’ del mondo naturale, della necessita’ di salvaguardarlo e di salvaguardare con esso l’uomo; si e’ smarrita la concezione dell’unita’ inderogabile fra questo e la natura: la strada alle soluzioni finali s’e’ aperta, al culmine di un lungo cammino.

La realta’ che maggiormente caratterizzo’ il paesaggio dei primi secoli del Medioevo, in Italia e altrove nell’Occidente europeo, fu la foresta, dopo 1’Eta’ Romana, durante la quale si attuo’ una massiccia messa a coltura delle terre, ma sul suo finire vide il ritorno su ampissimi spazi d’un ambiente largamente segnato dalle aree incolte: lento abbandono del suolo, decadenza dei centri abitati, del commercio, dell’agricoltura, rarefarsi della popolazione anticiparono tra il quarto e il quinto secolo il MedioEvo.

Quando i santi vagavano pregando nei boschi

L’uomo si ritiro’ allora di fronte all’avanzare progressivo di boschi, brughiere e acquitrini, ne fu come sommerso, i villaggi e le citta’ superstiti vennero come assediati.
La foresta si espandeva in ampie chiazze verdi attorno alle quali si attestavano gli abitati contadini e le aziende delle campagne, le stesse citta’, grandi e piccole; gli alberi selvatici si insinuavano ovunque, anche nei centri urbani. Grandi boschi si susseguivano quasi senza interruzione lungo le rive del Po, si allargavano a Nord e a Sud del fiume, acquistavano fisionomia ed estensione impressionanti procedendo verso il mare, sino alla sterminata desolazione del delta, dove acqua, vegetazione e cielo costituivano una nota dominante   senza  confini.
Parti  di  un’unica   grande foresta,  ovunque, prendevano nome dalla diffusione di particolari alberi o dal proprietario o dall’uso, quanto mai vario, che se ne faceva.
Nei secoli iniziali del Medioevo (ma  in tanti  luoghi  anche dopo)  erano   frequenti le   aziende  formate, esclusivamente o quasi, da foreste destinate al pascolo,  alla caccia.
Una vasta azienda della   bassa pianura modenese, concessa nel secolo Ottavo dal re alla cattedrale di Modena, era costituita da una selva distesa su 400 ettari.
Le foreste durarono a lungo, anche in pianura, dove   la colonizzazione era    non   di rado piu’ facile e la terra  era adatta alla coltura   dei cereali.
Verso la fine del   Duecento, ampi spazi   boschivi si allargavano nei tavolati piatti della Padania, vicino ai fiumi e lontano.
Quelle selve furono abbattute e il loro suolo messo a coltura, soprattutto a iniziare dal Settecento, con una serie di interventi durati sino al nostro secolo.
Cosi’ la brughiera paludosa e sconfinata della Maremma toscana e laziale resto’ a lungo invitta, sino al nostro secolo, con i suoi pascoli, ora pingui ora magri, i radi alberi sparsi su di uno sfondo di acque e canneti, i boschi sui rialzi del terreno. La Maremma dei pittori macchiaioli, con le loro tele cariche di naturalismo, popolate di animali e pastori, con le marine solitarie, le spiagge piatte, le scogliere contro le quali si spingeva la magra vegetazione della brughiera, del canneto, delle piante solitarie.
La foresta costituiva 1’attrazione maggiore per gli uomini del primo Medioevo; in certi paesi anche in epoche successive.
Da essa veniva una serie infinita di risorse: vi era praticata la caccia, a quel tempo fondamentale per 1’economia, espressione eccellente dello stile di vita nobiliare, fenomeno che fascinava la mentalita’ collettiva; dalla foresta proveniva il legname, utilizzato per le case, la loro suppellettile, 1’attrezzatura contadina e artigiana, il riscaldamento, le armi e per tante altre destinazioni.
In essa venne pascolato il bestiame, per molto tempo, sino all’Eta’ Moderna.
Questi usi del bosco sono continuati sino quasi ai giorni  nostri.
Tutto questo  testimonia un  lunghissimo attaccamento alla foresta ed all’albero che travalica la sfera puramente economica e sconfina nell’immaginario collettivo. 
Il culto della Luna, di antichissime ascendenze pagane, durato con forme evolventisi nel tempo ben al di la’ del Medioevo, era volto alla propiziazione dell’astro per l’uso della foresta, per impetrare la crescita vigorosa della vegetazione e proteggere gli uomini durante le grandi battute di caccia. 
Non e’ facile per noi capire il significato che rivestiva la foresta per 1’uomo del Medioevo, un’epoca lunghissima, che ha precedenti, anche da questo punto di vista, nell’antichita’.
I santi vagavano nella foresta, pregando, imbattendosi negli animali selvaggi che la popolavano, ritrovandovi la solitudine   e la quiete favorevoli al loro colloquio con Dio, lontano   dal frastuono delle citta’e dei villaggi, delle folle grandi e piccole.
San Colombano, provenendo dall’Irlanda, percorse agli albori del Medioevo gli sterminati boschi della Borgogna e dell’Appennino e San Francesco, molti secoli dopo, si aggirava nelle selve dell’Italia Centrale.
Nobili e contadini nella foresta nutrivano sensazioni, fantasie, sogni, quel senso del mistero che ha sempre  attratto gli uomini.
Il senso del   meraviglioso che emanava dalla foresta attraeva fortemente le persone, gli uomini di cultura, monaci, chierici, laici e  rozzi pastori che guidavano gli animali nel folto e nelle radure.Le esperienze mistiche dei santi ebbero come teatro la foresta e le sue piante secolari, le grandi e silenziose boscaglie del monte e del piano. Francesco d’Assisi contrasse le stimmate, solo con se stesso e con Dio, nel silenzio del monte della Verna.
Francesco trascorse buona parte della sua vita nelle citta’ dove egli predicava, faceva proseliti; ma cerco’ sempre nella solitudine delle selve l’ispirazione, la forza del suo apostolato.

La vera distruzione ha inizio nel Settecento

Nell’alto Medioevo, tra il Quinto e 1’Undicesimo secolo, i santi passavano la loro esistenza fuori dalle citta’,lontani dagli altri uomini, per periodi lunghissimi, nelle montagne e nelle pianure difese gelosamente dalle foreste e dai grandi laghi, rese sicure dall’intrusione di presenze sgradite e fuorvianti.  Gli stessi nobili amavano trascorrere la loro giornata nei boschi, dedicandosi alla caccia, non di rado in sfrenati inseguimenti a cavallo.
Uno dei  santi  piu’ venerati, a iniziare dal tardo Medioevo, Sant’Eustachio, cacciatore feroce prima della conversione, viene presentato dalla leggenda durante una battuta di caccia quando, di fronte ad un cervo apparsogli improvviso nella foresta illuminata da una croce splendente tra le sue corna, getto’ le armi da cacciatore.
Eustachio cambio’ vita, smise di cacciare, divenne un santo famoso, patrono ancora ai nostri giorni dei cacciatori e dei guardiacaccia.
I nobili non seguirono certo il suo esempio, si mantennero di ben altro avviso e per tutto 1’arco della nostra storia, pur di poter disporre dei luoghi adatti al loro svago prediletto, la caccia, non esitarono a far rinascere le foreste dove queste avevano fatto posto alle terre coltivate.
Gia’ in eta’ carolingia, nella prima meta’ del secolo nono, 1’imperatore Ludovico il Pio deve ammonire i conti di non creare zone forestali dove non esistevano piu’.
Caccia violenta, spesso, quella dei nobili e capito’ non di rado che vi perdessero la vita, come 1’imperatore    Lamberto nell’ottobre dell’898.
Margherita di Cortona si converti’ e divenne santa dopo essersi imbattuta nel corpo dell’amante morto nella selva dove era andato a cacciare. E’ una storia lunga di morti violente, non sempre provocate dalla foga di una caccia sfrenata, ma addebitate a questa anche quando si tratto di omicidi, perpetrati comunque nel clima violento e agitato delle battute venatorie.Su questa lunga linea di morti violente arriviamo alla terrificante corsa a cavallo narrata da Guy de Maupassant nella novella Le Loup.
Due fratelli inseguivano a cavallo un lupo surreale, feroce come nessun altro della sua specie, gigantesco, quando uno di loro si sfracello’ la testa contro i grossi rami delle piante che facevano ostacolo alla corsa forsennata.
L’altro, per  vendicare  il  fratello, alla fine della caccia strangolo’ con le sue mani il grande lupo nella radura illuminata dalla luna nella foresta.
La foresta, amata e temuta, frequentata dagli uomini nel Medioevo e dopo a lungo, era una realta’ del paesaggio alla quale si sentivano fortemente legati.
Per moltissimo tempo ospito’ briganti ed eremiti, pastori con le loro greggi, cacciatori, servi fuggiti dai loro padroni: non era certo spopolata, in lunghi suoi tratti, la foresta. Attirava e respingeva le persone.
Tuttavia, la sua frequentazione ando’ calando con il passare degli anni, soprattutto dal secolo dodicesimo in poi, in particolar modo nell’Italia centrosettentrionale, da quando le citta’, cresciute di numero, di superficie e popolazione, abbatterono o ridussero drasticamente le foreste per sostituirvi  campi  coltivati.
L’agricoltura inizio’ a prevalere sull’economia silvopastorale, sia per 1’esigenza di una maggiore produzione di derrate alimentari, sia, piu’ nel profondo, per uno spirito di distacco progressivo dell’uomo dall’ambiente naturale.
Tuttavia, 1’attacco alle aree boschive fu generalmente contenuto, salvo interventi non di rado inconsulti nei territori di pianura e collina non lontani dalle citta’, soprattutto in Italia. Solo nel Settecento la distruzione delle foreste del piano e del colle assunse connotati di radicalismo, esasperato con 1’andare del tempo Nel Medioevo (ma anche prima e, a lungo, dopo) la foresta e’ assunta come materializzazione, rappresentazione visiva di situazioni psicologiche e realta’  metafisiche, categoria riflettente  nel suo aspetto gli sfondi  misteriosi  e paurosi della  fantasia dell’uomo: una caratteristica, quest’ultima, che si accentua proprio dal secolo Dodicesimo in poi, quando 1’uomo e’ ormai intento a modificare profondamente un paesaggio sino ad allora dominato su larga scala da grandi boschi e vaste brughiere, oltre che da stagni e paludi ad essi intercalati nelle terre di pianura.
Da allora, ristretta e delimitata nella sua presenza, sempre piu’ lontana dalla citta’ e da tanti villaggi, meno   frequentata  che nel   passato, la  foresta va assumendo  via via  la caratteristica del diverso, del pauroso.
La foresta dove Dante si smarrisce e’ simbolo della paura, dell’angoscia, della disperazione.  Si pensi che oggi sono le grandi   citta’, anonime e grigie nelle squallide  periferie, lo sfondo in cui scrittori  e  registi  ambientano fredde sensazioni  alienanti di solitudine, di smarrimento, di perdita dell’identita’.
La citta’ si e’ sostituita alla foresta (ed alla campagna in genere) anche in questo, crescendo a dismisura, acquistando una disumana, spesso allucinante fisionomia.

Cosi’ nei grandi alberi sono fissati i nostri sogni

Nella commedia dell’Alighieri e’ la selva dei suicidi, nel famoso canto tredicesimo dell’Inferno, terribile, allucinata boscaglia, sparsa di alberi lividi e velenosi, a tradurre in forma visiva 1’assenza della vita, la tremenda solitudine che trascina l’uomo a uccidere se stesso.
Ancor piu’ cupa e carica di paurose realta’ e’ la foresta del tredicesimo canto della Gerusalemme Liberata del Tasso, macabra sede di streghe e demoni, buia anche nel colmo della solarita’ meridiana. Tuttavia, la mente dell’uomo vagheggiava allora anche il bosco ricolmo di fiori, bello, addolcito dalla mano di Dio, il Paradiso Terrestre della Commedia   di Dante.
Questo le nostre citta’ non  ce lo concedono, non ci sollecitano a pensare bellezza e natura  come  realta’ spesso coincidenti.   Ma proprio oggi, il ritorno di tanti al mondo naturale come realta’ alternativa all’alienazione dell’uomo testimonia la perennita’ del valore della foresta, del bosco, dei grandi alberi, nei quali si sono fissati e identificati i sogni lungo un tempo che non ha confini, ai quali l’uomo ha dovuto in gran parte la sua sopravvivenza, la sua salute, la sua stessa storia.