Le foreste? Un ottimo affare Sono diventate il business del Terzo millennio. Perché piantare alberi, che assorbono anidride carbonica, equivale a ridurre le emissioni di gas serra. E l'ecoturismo in questi paradisi è ormai un'insostituibile fonte di ricchezza.
di FABRIZIO CARBONE 23/11/2001
Canoe indiane alle cascate
del Rio Urubamba, lungo le gole Mainique Pongo.
Le foreste pluviali peruviane sono tra i luoghi più selvaggi e integri dell'Amazzonia.
Yacutia, sterminata regione della Siberia orientale: in un ambiente tra i più
selvaggi del mondo, oltre il Circolo polare artico e di fronte al mare di Laptev,
si estende una foresta immensa: decine di milioni di ettari di abeti.
È un habitat vitale per alci, lupi, orsi, ermellini, visoni e cervi mosco, dalle
cui ghiandole si estrae l'essenza più importante per fabbricare profumi.
Questa era una zona degradata all'epoca dell'impero Urss: perforazioni petrolifere,
miniere a cielo aperto, aree militari, depositi radioattivi, disboscamenti intensivi
ne avevano fatto una pattumiera tossica.
Oggi, grazie all'azione di Wwf,milioni di tonnellate di ossigeno al giorno,
grazie alla fotosintesi clorofilliana.
Argentina: fascia atlantica
di foreste temperate della provincia di Miones.
Anche qui un salvataggio del Wwf internazionale: un milione di ettari di foreste
sono fuori pericolo e assicurano la sopravvivenza del giaguaro, uno dei felini
più belli e più rari del Sudamerica.
E ancora in Europa centrale,
per segnalare la protezione di aree forestali che rischiavano di scomparire.
Una di queste parte dal Vienna e , lungo il Danubio, arriva fino alla frontiera
slovacca.
L'altra, nella repubblica Ceca, è la continuazione ideale della foresta nera
tedesca: decine di migliaia di ettari che sono stati chiusi al taglio e aperti
al turismo.
Le foreste protette al centro dell'attenzione in tutto il mondo.
Primo perchè gli ultimi dati 2001 della Fao dicono che abbiamo raggiunto ormai
un record negativo preoccupante: nel 2000 siamo arrivati a distruggere la metà
del manto forestale che ricopriva la Terra.
Il ritmo della scomparsa delle foreste tropicali, sempre stando ai dati della
Fao, è incredibile: 26 ettari persi ogni minuto di ogni giorno. Come dire l'equivalente
di 37 campi di calcio.
Le cause della distruzione
sono precise: per due terzi la cintura verde sparisce per dar posto ad allevamenti
di bestiame e ad agricoltura intensiva.
Un terzo scompare per estrazione del legname a fini commerciali. Ogni anno,
i dati della Fao sono inequivocabili: vanno in fumo foreste grandi come Portogallo
e la Svizzera messi insieme.
Ecco allora il grido d'allarme: meno foreste, meno ossigeno, più anidride carbonica,
causa principale dell'effetto serra.
E dal momento che è proprio l'anidride carbonica il gas di cui hanno bisogno
gli alberi per crescere, vivere e restituirci ossigeno, si sta muovendo ora
un forte movimento di protezione del mantello verde del Pianeta.
Un movimento che vede alleati, per motivi diversi ma convergenti, non solo scienziati,
biologi e ambientalisti, ma alcuni governi nazionali, organizzazioni mondiali,
e persino molte industrie dell'estrazione e della lavorazione del legname.
In ballo ci sono problemi da risolvere come le quote di emissione di anidride
carbonica di ogni singolo stato e la ratifica del Protocollo di Kyoto sulla
riduzione dei gas serra nel mondo.
A Marrakesh, in Marocco, nell'ultima conferenza delle parti per arrivare a decidere di quanto ridurre le emissioni di anidride carbonica, si è parlato molto di ripiantare foreste, di evitare i tagli a raso, di estrarre il legname (una risorsa rinnovabile) in modo compatibile con l'ecologia e la protezione della natura.
Le foreste saranno allora
un business del futuro? «E' quanto si va delineando proprio all'inizio di questo
terzo millennio.
Soprattuto perchè non ci sono alternative.
I sei miliardi e cento milioni di abitanti del Pianeta hanno sempre più bisogno
di ossigeno per vivere.
E questo gas vitale va diminuendo. Ma c'è dell'altro: le foreste trattengono
acqua, evitano alluvioni, erosione del suolo» spiega Norman Myers, uno degli
scienziati più credibili.
La Fao, nel suo ultimo rapporto, ci dice che le foreste sono vitali, direttamente,
per 60 milioni di popoli indigeni, ma anche per 1 miliardo e 200 milioni di
persone che dipendono economicamente dall'agrosilvicoltura.
Cosa si fa allora per salvare
le foreste del mondo?
Un organismo importante è l'Fsc, il Forest stewardship council, che ha sede
a Oaxaca, in Messico.
Questo ente non profit è stato fondato nel 1993 da industriali del legno, da
associazioni ambientaliste come Wwf e Greenpeace e da rappresentanti dei popoli
indigeni di tutto il mondo.
A tutt'oggi 24 milioni e mezzo di foreste sono state certificate da 20 enti
accreditati nel mondo.
Certificate vuol dire che nessuna pianta viene tagliata a sproposito; che gli
alberi vengono ripiantati; che il patrimonio forestale invece di diminuire aumenta.
Un patrimonio in buona parte situato in Europa, soprattutto Scandinavia e paesi
dell'Est: ben16 milioni e mezzo di ettari.
Il resto si trova nelle Americhe, in Asia e in Africa. Ed è proprio in questi
ultimi due continenti che i tagli e gli incendi continuano a ritmi pesanti.
E ora soprattutto in Africa
dove Greenpeace denuncia uno sfruttamento massiccio di foreste tropicali vergini
in Camerun, in Sierra Leone, Liberia.
Un comitato di esperti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha messo in evidenza,
in un rapporto del dicembre 2000, come l'industria liberiana del legno «è coinvolta
in attività illecite, ed una grande quantità di introiti è impiegata per finanziare
attività fuori bilancio, tra cui l'acquisto clandestino di armi».
E Greenpeace rende noto che la Oriental timber company, la maggior compagnia
del legno in Liberia, legata strettamente al presidente di quella nazione, Charles
Taylor, esporta legname in Italia, pari a 50 mila metri cubi di tronchi.
Foreste in pericolo in tutto
il terzo mondo ma con una speranza che non è solo data dalla certificazione
del legname.
Ci sono segnali positivi in Amazzonia dove gli Amici della Terra, diretti dall'italiano
Roberto Smeraldi, stanno compiendo, in Brasile, una massiccia opera di educazione
in loco per spiegare come sia assolutamente controproducente, proprio per la
vita stessa delle popolazioni residenti, continuare a bruciare la foresta per
poi impiantare agricoltura che non rende.
Nelle aree dove questo programma, supportato ora anche dai governi federali,
funziona il numero degli incendi diminuisce.
E a fianco dell' educazione
ambientale si fa strada il turismo ecocompatibile.
Ci sono aree delle foreste vergini tropicali, illustrate in questo servizio
da Franz Lanting, uno dei più famosi fotografi naturalisti, che sono considerate
angoli di vero paradiso terrestre.
In Amazzonia brasiliana i parchi nazionali delle isole Anavilhans del Rio Negro e del rio Jahù sono luoghi di un fascino assoluto, meta ambita dai naturalisti più esigenti.
In Perù il parco che si estende lungo il rio Manu viene considerato il massimo al mondo per osservare le lontre giganti e le are macao e giacinto, i più grandi pappagalli del mondo.
In Asia, laddove le foreste sono protette, si consolida la domanda di turismo internazionale.
E' il caso dei parchi di Kinabalu, la montagna più alta del sudest asiatico, e i Tabin, nel Sabah del Borneo, dove vivono specie di scimmie, farfalle, scoiattoli e uccelli come buceri e nettarine, uniche al mondo.
In Africa, sulle sponde del
lago Tanganika, in Tanzania, esiste un piccolo e affascinante parco nazionale
E' il centro di Gombe dove la zoologa Jane Goodall ha studiato e protetto per
35 anni gli scimpanzè. Una piccola foresta dove la concentrazione di queste
scimmie è la più alta dell'Africa e dove la Goodall, che ha aperto le porte
della sua fondazione anche in Italia, conduce una battaglia di protezione della
natura che va di pari passo con l'aiuto alle popolazione locali, ma soprattutto
ai bambini orfani e ai rifugiati sopravvissuti alla guerra e ai massacri in
Uganda e Congo.
«Il lavoro di Jane Goodall a Gombe è un esempio di come si debba operare oggi
nei paesi ricchi di risorse forestali e di natura, ma poverissimi e alla ricerca
disperata di un futuro possibile» sono parole di Fulco Pratesi, presidente del
Wwf Italia.
Foreste come risorsa turistica allora.
E anche in Europa dove esistono
ancora ecosistemi verdi incontaminati. Due esempi per tutti: il parco nazionale
di Oulanka, nella Finlandia del nord, dove i 70 kilometri del sentiero dell'orso
sono percorsi ogni anno da decine di migliaia di escursionisti che discendono
quest' ambiente di taiga artica anche in canoa.
E per finire la foresta polacca di Bialowieza, al confine con la Russia, rifugio
dell'ultima mandria di bisonte europeo. Un bosco di latifoglie dove vivono alberi
nati nell'anno Mille.