Incendi
boschivi. Facciamo il punto sul fenomeno
Il
rosso che ci fa più poveri
di Vittorio Leone
Ordinario di Selvicoltura Generale, Università della Basilicata, Potenza
Tratto da Villaggio Globale n°16/2001
In Italia si valuta che gli incendi siano in media quindicimila l’anno, con sessantaquattromila ettari di superficie boscata percorsa, cui si aggiungono ottantaquattromila ettari di superficie non boscata: circa quarantadue incendi al giorno, quasi due per ora.
Nelle regioni del Sud dell’Unione Europea ogni anno trentacinquemila incendi percorrono in media oltre mezzo milione d’ettari di popolamenti forestali, circa 1,6% della superficie forestale considerata a rischio.
In Italia si valuta che gli incendi siano in media quindicimila l’anno, con sessantaquattromila ettari di superficie boscata percorsa, cui si aggiungono ottantaquattromila ettari di superficie non boscata: circa quarantadue incendi al giorno, quasi due per ora.
Il numero di incendi è, infatti, passato da 6.426 del decennio 1970/79 a 11.575 del decennio 1980/89 a 11.164 del decennio 1990/99, concentrati essenzialmente nelle regioni meridionali ed insulari, a modesto indice di boscosità; in esse predominano le cause volontarie, che rappresentano oggi circa due terzi del numero totale di eventi registrato.
Per il periodo 1989/93 il danno economico totale causato in Italia dal fenomeno è stato valutato in 2.300 miliardi annui, con un’incidenza media per ettaro di 34 milioni di lire, limitando l’analisi alla produzione legnosa, alla funzione ricreativa, alla tutela idrogeologica e al servizio di stabilizzazione climatica offerti dal bosco.
Radicati luoghi comuni
Nel parlare d’incendi bisogna affrontare radicati luoghi comuni, il primo dei quali è che si tratta di un fenomeno legato ai moderni modelli di vita, quindi alla maggiore mobilità, al turismo e al tempo libero.
Si tratta di un’interpretazione
incompleta, che induce ad un’analisi parziale del fenomeno, visto essenzialmente
in termini di comportamenti negligenti.
Il fuoco è, infatti, uno strumento tradizionale di gestione degli ecosistemi
mediterranei, il cui uso remoto è documentato in agricoltura, in selvicoltura,
nella pastorizia, oltre ad essere testimoniato da usi rituali; il passaggio
da strumento di gestione dello spazio agricolo ad elemento di offesa ed alterazione
è quindi intuibile.
Gli incendi appaiono oggi sempre più esplicitamente il sintomo di problemi socio-economici,
legati ad una complessa serie di circostanze e, almeno nel nostro paese, non
sono una calamità naturale, né una fatalità, ma piuttosto un fenomeno antropogenico
con un’esclusiva, diretta dipendenza da comportamenti sociali, volontari o involontari.
Agli incendi si oppone tuttora
un meccanismo difensivo d’attesa, preordinato ad intervenire con iniziative
di contrasto sull’evento in atto; impostazione inevitabilmente condannata all’insuccesso
anche in vista del numero crescente d’eventi.
Per cogliere la complessità di tale attività, si ricorda che l’incendio è l’atto
finale della complessa interazione tra fattori predisponenti (condizioni ambientali,
climatiche e vegetazionali) e cause determinanti (immissione di energia termica
ad elevato potenziale, che innesca l’incendio).
Il dispositivo d’accensione,
che rappresenta il fattore determinante, è quasi sempre d’origine antropica:
il numero globale d’eventi registrati dalle statistiche ufficiali esprime, infatti,
il numero di volte che l’azione dell’uomo si rende responsabile di tal evento,
poiché trascurabili sono le cause naturali.
Nel nostro paese, infatti, circa il 98-99 % degli incendi nasce dall’azione
dell’uomo. Le cause naturali, non giustificano quindi né la dimensione né la
tumultuosa evoluzione nel numero d’incendi, definiti in sede comunitaria un’aggressione
sociale alle foreste. L’attuale articolazione delle cause si basa sulle quattro
principali categorie disposte dal Reg. (CEE) 804/94:
Naturali: sono legate a fenomeni naturali
Involontarie: comprendono le cause che non dipendono direttamente dall’azione umana, pur non essendo naturali, nonché le cause, dovute a imprudenza, negligenza, imperizia, nelle quali non si ravvisa un’esplicita volontà di provocare un incendio. In una precedente classificazione, in vigore fino al 1978, le prime erano indicate come accidentali.
Volontarie: sono riconducibili alla deliberata volontà di appiccare fuoco per recare danno all’ambiente, alle cose e alle persone.
Non
classificabili: sono quelle per le quali mancano riscontri oggettivi
per individuare la causa che ha dato origine al fuoco.
Tra le cause naturali, possibili
seppur estremamente rare, la letteratura cita: caduta di meteoriti; scintille
causate dallo sfregamento di masse rocciose in frana; autocombustione.
Relativamente più frequenti, ma connessi a specifici contesti geografici, appaiono,
invece, gli incendi causati dalle eruzioni vulcaniche e dall’azione del fulmine,
causa questa di un’esigua minoranza di eventi, che nelle statistiche nazionali
oscillano dall’1 al 2 % del numero di incendi, interessando però meno dell’1%
delle superfici percorse.
Particolarmente caratterizzate
dal fenomeno sono soltanto talune regioni dell’arco alpino quali Friuli-Venezia
Giulia (8%), Val d’Aosta (10,3%), provincia di Bolzano (22%).
Con eccezione per tali circostanze, tutti gli incendi sono da addebitare all’azione
dell’uomo, comprese le cause fortuite già definite accidentali nella precedente
classificazione adottata nel nostro paese; con tale termine si indicavano gli
incendi causati dall’azione dell’uomo, ma in condizioni assolutamente imprevedibili
quali: azione dei raggi del sole concentrati da bombole aerosol ovvero da frammenti
di vetro che funzionano da specchio ustorio (autoaccensione); emissioni radar
ad alta frequenza; arco voltaico creato da linee elettriche ad alta tensione;
azione delle marmitte catalitiche.
Ad eccezione delle ultime due, che appaiono abbastanza frequenti, si tratta
di cause possibili ma altamente improbabili, al pari delle cause naturali.
Autocombustione
Spesso invocata a sproposito da sprovveduti cronisti, oggetto in passato di fantasiose e bizzarre interpretazioni, in realtà l’autocombustione è possibile soltanto allorché processi di fermentazione si svolgono senza adeguata dissipazione del calore prodotto: così in accumuli di sostanza organica, in residui industriali, in accumuli di legno triturato o in chips.
Le condizioni fisiche che,
congiuntamente verificandosi, possono innescare fenomeni di autocombustione
in foresta sono, invece, talmente limitative che la percentuale d’incendi causata
da tale fenomeno non può che essere estremamente esigua.
L’autocombustione è, comunque, assolutamente indipendente dalle elevate temperature
estive, che non possono innescare alcun fenomeno di combustione ma soltanto
favorirne la propagazione, trattandosi di fattore predisponente e non determinante.
Cause volontarie
Soprattutto negli ultimi
anni si sta assistendo all’uso del fuoco come strumento di ricatto.
L’incidenza percentuale delle cause volontarie di incendio va letta da due prospettive:
da un lato il fuoco diventa strumento di alcuni gruppi di interesse, che ovviamente
traggono più risorse dal fatto che il «bosco non ci sia più», mentre dall’altro
la «cultura della distruzione» sta diventando un indicatore del livello di tensione:
molti attori sociali hanno compreso quanto l’ambiente sia vulnerabile e al tempo
stesso quanto il minacciarlo o distruggerlo renda visibili soprattutto quanto
la televisione o i mass-media costituiscono cassa di risonanza.
Incendi e pascolo
È spesso citato il rapporto
tra incendi e pascolo, motivato dall’uso del fuoco in aree a forte deficit di
produzione foraggiera, per eliminare l’infestazione di specie erbacee ed arbustive
poco appetite o non utilizzate.
Il fuoco rappresenta un’arcaica pratica agronomica, molto discutibile ma a basso
costo, in grado di assicurare il controllo delle specie infestanti oppure per
stimolare il ricaccio di vegetazione.
Oltre alla funzione manifesta di rinettatura del territorio, appare verosimile
che l’incendio costituisca una forma d’avvertimento o di minaccia, funzionale
all’obiettivo di sottolineare la destinazione agropastorale dei terreni legata
alla fame di terra della pastorizia vagante.
L’industria del fuoco
Una cospicua aliquota d’incendi volontari sembra legata ad interessi concreti, a vantaggi reali o presunti che l’autore spera di ritrarre. Tra tali motivazioni una appare diffusamente segnalata in Italia: l’incendio causato per creare posti di lavoro (nelle attività d’avvistamento, d’estinzione, nelle attività successive di ricostituzione), noto come industria del fuoco o industria degli incendi.
L’impostazione della lotta antincendio, basata su interventi di solo contrasto al momento dell’emergenza, ha comportato una diffusa politica di assunzioni a tempo determinato, caratterizzata da turni minimi e ricorso a mano d’opera precaria e poco qualificata, con una finalizzazione spesso più assistenziale che produttiva; ciò ha talvolta indotto l’insorgenza di un ciclo vizioso, dove l’incendio volontario può costituire lo strumento per mantenere o motivare occasioni d’impiego
Nel Piano Regionale di Difesa, predisposto dalla Regione Puglia nel 1996, il numero di incendi di tale tipo figura al secondo posto tra quelli a motivazione ufficialmente accertata (70 casi registrati tra il 1974 e il 1994), subito dopo quelli legati all’attività pastorale (87 casi registrati tra il 1974 e il 1994).
Anche gli incendi appiccati come protesta contro la mancata assunzione o come estrema forma di dissenso contro la minacciata chiusura di cantieri rientrano in questa logica, in cui il bosco assume ruolo di ostaggio.
Incendi e richiesta di protezione
In molti casi il fuoco rappresenta un mezzo d’estorsione o di taglieggiamento, mutuato da realtà urbane a forte carica di violenza dove l’incendio o l’attentato dinamitardo per obbligare a pagare forme non richieste di protezione oppure per lucrare indebitamente sui premi d’assicurazione costituiscono una diffusa realtà.
Incendi ed aree protette
Particolarmente complessa
è l’interpretazione della grave ondata di danni all’interno delle aree protette,
soprattutto di recente costituzione.
Si ricorda, in particolare, l’estate del 1993, anno in cui si sono verificati
nei comprensori protetti 2.294 incendi, che hanno percorso 32.694 ettari, pari
rispettivamente al 17% e 22% del numero e delle superfici interessate.
In molte zone si sono registrati episodi devastanti, che vanno interpretati come una esecrabile opzione d’uso del territorio, in cui la distruzione appare più vantaggiosa della corretta gestione, interpretata come protesta contro i mancati benefici conseguenti l’istituzione del regime di tutela.
Incendi e opportunità edificatorie
- La possibilità di eliminare il bosco, motivo dell’esistenza di vincoli, per avviare programmi di edificazione, è stata ripetutamente considerata causa non trascurabile d’incendi.
Questa possibilità non sembra
invero molto plausibile nel nostro paese, per effetto della normativa abbastanza
rigorosa, sancita dall’art. 10 della L. 353/2000, che fa divieto di costruire
per dieci anni, con deroga soltanto per eventuali concessioni già assentite
prima del verificarsi dell’incendio.
D’altra parte non è un caso che ampi progetti di riqualificazione edilizia in
aree protette siano spesso segnati da disastrosi incendi che in qualche modo
richiamano l’impiego criminoso del fuoco come elemento di taglieggiamento o
di ritorsione.
Piromania
In una categoria a parte, tra gli incendi di origine volontaria, devono essere citati i piromani, soggetti affetti da una rara forma di turbe della personalità che causa eccitazione nell’appiccare il fuoco, oppure nel godere gli effetti del sinistro, riportato ed amplificato dai mass-media, in aperta sfida alle autorità nell’evitare di essere identificati.
La piromania va considerata un’autentica patologia, all’interno della serie di disturbi del controllo degli impulsi, caratterizzati dall’incapacità di resistere ad una tentazione di compiere determinati atti nocivi al soggetto o ad altri.
Cause involontarie
Tra le cause involontarie meritano una particolare attenzione la bruciatura delle stoppie ed il lancio di mozziconi o sigarette, che rappresentano in assoluto le motivazioni ufficiali più rilevanti, sotto il profilo statistico.
Nel 1999 esse hanno, infatti, registrato una incidenza percentuale, in termini di superficie percorsa dal fuoco, rispettivamente del 30,5% e 27,9%.
Bruciatura delle stoppie
Si tratta di una pratica tradizionalmente diffusa in tutte le aree cerealicole del Mediterraneo, codificata in passato da regole particolarmente severe in termini di data di accensione, orario, modalità di esecuzione, controllo ed assitenza alle operazioni da parte degli esecutori, obbligo di realizzare fasce perimetrali di contenzione (le cosiddette «precese»).
Molte di queste cautele sono
state, in parte, attenuate da una legislazione regionale spesso meno attenta
ai problemi del fuoco che a quelli dell’agricoltura intensiva.
In Puglia la bruciatura delle stoppie rappresenta la prima delle motivazioni
accertate d’incendi involontari (Regione Puglia, 1996).
In talune zone, inoltre, la bruciatura delle stoppie può costituire motivo di gravi incidenti stradali, legati all’improvvisa invasione della sede di strade od autostrade da parte di nuvole di fumo.
Sigarette e fiammiferi
Il lancio di sigarette e fiammiferi
rappresenta la motivazione più frequentemente invocata, per incendi d’origine
involontaria.
In realtà, l’insorgenza di incendio a seguito del lancio imprudente di cicche
o fiammiferi è strettamente legata alle condizioni ambientali del momento, all’umidità
del materiale, al modo ed all’inclinazione con cui fiammiferi o cicche toccano
il materiale stesso.
Un insieme di condizioni abbastanza complesso e che non sempre si verifica.
Concludendo, il problema
degli incendi ha assunto anche nel nostro paese, come in tutto il Mediterraneo,
caratteri diversi rispetto al passato.
Due sono i fattori della mutata situazione: - Declino del valore economico diretto
dei boschi, rimasti perciò meno custoditi, e simultanea esaltazione dei valori
indiretti. - Forte aumento nel numero degli incendi e spostamenti nello spettro
delle cause d’incendio.
Tramontata l’epoca della messa a coltura di nuove terre, si assiste oggi alla flessione degli incendi di origine agricola e alla loro sostituzione su larga scala con incendi involontari, che testimoniano della poca familiarità e dello scarso rispetto verso la natura.
Si è accentuata, contestualmente, la tendenza ad un aumento degli incendi volontari, realtà ingigantitasi fino a diventare preminente. Il responsabile maggiore dell’impatto sulle aree verdi pertanto non è il turista disattento o il contadino intento a operazioni colturali, che pur rappresentano una frequente motivazione di incendi, ma chi agisce con premeditazione, spinto da volontà che spesso sfuggono alla nostra capacità di interpretazione.
Si tratta di un fenomeno complesso, contro il quale occorre mobilitarsi, soprattutto vincendo l’assuefazione e la tolleranza nei riguardi di un fenomeno che mette a repentaglio beni e vite umane, scoraggia gli investimenti in campo forestale e costituisce, in ultima analisi, una grave patologia dello spazio rurale, innescando gravi e spesso irreversibili processi di alterazione il cui epilogo è la desertificazione.