Come sono protette le
foreste
Perché dobbiamo salvare le foreste
Lorenzo Ciccarese, Alessandra
Fino, Beti Piotto
(Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente, Aree Naturali e Protette)
tratto da Villaggio Globale trimestrale di ecologia n°15/2001
Le foreste costituiscono il bioma più diffuso della Terra, estendendosi su 3,9 miliardi di ettari, pari a circa il 30% della superficie territoriale globale.
Esse hanno un ruolo fondamentale
per l'umanità, fornendo legna da opera e combustibile, fibre, alimenti, sostanze
medicinali.
Inoltre, le foreste procurano una larga e inestimabile varietà di servizi: sono
un immenso e incommensurabile ricettacolo di diversità biologica, ospitano la
maggior parte delle specie viventi animali e vegetali, sono i luoghi in cui
vivono migliaia di piante superiori, le quali generano strutture fisiche e creano
nicchie ecologiche per altre piante e per gli animali; consentono di rimettere
in ciclo i nutrienti minerali; offrire fornire acqua, ossigeno e di offrire
altri servizi a supporto degli altri organismi viventi; scambiano e accumulano
grandi masse di carbonio, contribuendo a mitigare i cambiamenti climatici; controllano
l'erosione del suolo la regimazione delle acque; intervengono nella genesi stessa
del suolo, nel ciclo dei nutrienti, nel trattamento dei rifiuti; esercitano
un controllo biologico sullo sviluppo di parassiti e patogeni; sono i luoghi
per la ricreazione e il tempo libero e per la spiritualità; sono una risorsa
basilare per le popolazioni indigene e per le culture rare e preziose che custodiscono.
Dall'inizio dell'Olocene,
circa 10.000 anni fa, l'80% delle foreste che coprivano il pianeta sono state
soppresse o risultano, a diversi gradi, frammentate e degradate.
Attualmente, gran parte delle foreste primarie residue sono concentrate ìn alcune
regioni, e segnatamente in Amazzonia, Canada, Sud-est asiatico, Africa centrale,
Federazione russa.
Nell'ultimo decennio - come si ricava da un recente rapporto della Fao (www.fao.org) sullo stato delle foreste mondiali - la deforestazione ha assunto un ritmo sconcertante e senza precedenti: 161 milioni di ettari di foreste naturali e semi-naturali sono state erose al patrimonio mondiale.
Il che equivale alla distruzione
annuale di un'area forestale pari a circa la metà della superficie territoriale
italiana.
Il rapporto della Fao ci informa anche che gran parte di questa deforestazione
(94,1%) avviene nelle aree tropicali (in particolare in Brasile, Congo, Indonesia).
I fattori che sono alla base
della deforestazione sono molteplici e tra loro connessi: la povertà, la crescita
demografica ed economica nei Paesi in via di sviluppo, l'urbanizzazione e lo
sviluppo turistico, spesso anarchico e incontrollato, la necessità di disporre
di suoli per l'agricoltura e la sostituzione di foreste naturali o semi-naturali
con nuove piantagioni forestali per la produzione di legname a cicli relativamente
brevi.
Ma incontestabilmente la causa principale della deforestazione su scala globale
è il disboscamento per prelevare legname dalle foreste tropicali.
Infatti, i disboscamenti per fini industriali (one-off cutting) sono la causa di un terzo della deforestazione globale e la principale minaccia per il 72% delle cosiddette foreste di frontiera, le foreste ancora intatte (www.wri.com).
Questa perdita è solo parzialmente
compensata dall'aumento della superficie forestale nei paesi sviluppati .
In Europa, per esempio, la superficie forestale è aumentata del 10% dagli inizi
degli anni 60, grazie ai considerevoli programmi di afforestazione e riforestazione
e, soprattutto, alla conversione naturale in bosco delle superfici agricole
marginali e abbandonate. Purtroppo, lo stato di salute delle foreste nei paesi
in cui si verifica un aumento del patrimonio forestale non è confortante.
I dati inventariali e le indagini delle foreste di molti Paesi dell'emisfero Nord, dalle zone boreali a quelle mediterranee, ci restituiscono una situazione di degrado delle foreste, d'impoverimento della diversità biologica, di perdita di produttività, a causa di una serie di perturbazioni di origine prevalentemente antropica, quali incendi, acidificazione dei suoli, deposizione di composti azotati, danni legati all'inquinamento da ozono e ai cambiamenti climatici in corso, desertificazione.
Secondo le previsioni degli specialisti, nei prossimi decenni, anche per effetto dei cambiamenti globali - le variazione della gestione e dell'uso del territorio, i cambiamenti della chimica dell'atmosfera e dei cambiamenti climatici in corso - e della crescente domanda di risorse da parte dei Paesi in via di sviluppo, gli impatti sulle foreste sono destinati ad aumentare, interessando anche le cosiddette foreste "di frontiera", come sono chiamate le foreste ancora relativamente intatte e indisturbate.
Un prevedibile ulteriore effetto
negativo sulle foreste mondiali potrebbe derivare, ancora, dalla liberalizzaziòne
degli scambi commerciali dei prodotti forestali - temi discussi nel corso della
riunione del G8 - attraverso l'eliminazione delle barriere tariffarie e non-tariffarie.
In effetti, la domanda di legno da opera e per la produzione di energia continua
ad aumentare: il consumo attuale di legno, attualmente pari a 3,5 miliardi metri
cubi, è aumentata del 36% negli ultimi 30 anni. Fortunatamente, la magnitudine
e l'intensità del fenomeno di deforestazione e degrado delle foreste esistenti
- che l'United Nations En vironmental Programme (www. unep.ch) definisce una
delle principali emergenze ambientali che l'umanità si trova ad affrontare -ha
mobilitato le collettività, i mezzi d'informazione e ha accresciuto la sensibilità
dei decisori politici a promuovere politiche, misure, iniziative per una gestione
non saccheggiatrice, ma protettrice e sostenibile delle foreste.
Una pietra miliare del processo internazionale che intende dirigersi verso una gestione sostenibile delle foreste globali è stata la pubblicazione, nel 1987, del rapporto Our Common Future della Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo (Commissione Brundtland).
Il rapporto concentrò l'attenzione,
oltre che sul fenomeno dei cambiamenti climatici e sugli altri principali temi
ambientali.
La Commissione introdusse il concetto di sviluppo sostenibile, definito come
"lo sviluppo in grado di rispondere alle esigenze delle generazioni presenti
senza compromettere quelle delle generazioni future".
In occasione della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 su Ambiente e Sviluppo
(Earth Summit) i governi dei diversi paesi del mondo hanno espresso l'impegno
di procedere verso lo sviluppo sostenibile.
La Conferenza adottò una
serie di impegni e accordi di particolare rilevanza per le foreste, quali le
convenzione sui Cambiamenti Climatici, per combattere la desertificazione e
per conservare la diversità biologica e, in modo particolare, i Principi Forestali.
Dopo Rio, sono state avviate una serie di iniziative, governative e no, volte
a definire indicatori di performance per le attività forestali che consentano
di verificare il livello di attuazione di principi generali e di criteri di
gestione forestale sostenibile (Gfs).
Tra i vari consessi internazionali,
è risultata di particolare rilevanza la seconda Conferenza ministeriale sulla
protezione delle foreste in Europa tenutasi a Helsinki nel 1993 (Processo di
Helsinki).
Nel suo ambito, infatti, è stata stabilita una serie di "criteri" informatori
delle attività forestali e sono stati delineati i possibili "indicatori" atti
a valutare lo stato di fatto e i futuri sviluppi e orientamenti connessi alla
sostenibihità dei sistemi di gestione forestale.
La recente terza Conferenza ministeriale sulla protezione delle foreste in Europa, tenuta a Lisbona nel 1998 (www.dgf.minagricultura.ptlul/conferencia-hisboa.html), ha riaffermato l'impegno dei Paesi aderenti a promuovere una gestione sostenibile delle foreste, tramite l'adozione dei 6 criteri paneuropei di Gfs stabiliti a Helsinki e l'approvazione, implementazione e continuo affinamento dei relativi indicatori.
In ambito internazionale, in effetti, sono attualmente in fase di elaborazione idonei indicatori relativi a molte aree geografiche e, in alcuni casi, anche a livello di singole nazioni e di ambiti territoriali più circoscritti.
Per quanto riguarda l'Italia, seppure le norme nazionali e regionali, i regolamenti locali e le pratiche consuetudinarie di gestione delle risorse forestali rispondano in molti casi ai criteri che si vanno definendo in sede internazionale, anche grazie al contributo dell'Anpa, è stato avviato un processo di stabilire ufficialmente un insieme organico di indicatori utilizzabili operativamente nei diversi ambienti forestali.
Attualmente molti paesi sono coinvolti in iniziative internazionali relative alla gestione forestale sostenibile e la superficie sottoposta a questo tipo di gestione è in rapida crescita.
Alla fine del 2000, 149 paesi
hanno avviato processi per la definizione dei criteri e degli indicatori per
la gestione sostenibile delle loro foreste.
Tuttavia, le basi informative relative ai dati sugli indicatori-chiave usati
in molti di questi paesi non sono molto solide e attendibili, specialmente nei
paesi del centro Africa e del sud-est asiatico.
Ad ogni modo, i risultati fin qui ottenuti indicano che almeno il 6% della superficie forestale nei paesi in via di sviluppo è coperta da formali piani di gestione delle risorse forestali (piani di assestamento) approvati e validi per almeno 5 anni; e che circa l'89% delle foreste nei paesi industrializzati sono gestiti in accordo a formali o informali piani di gestione.
Una buona notizia proviene invece dall'International Union for Conservation of Nature (www.iucn.org), secondo cui il 10% delle foreste mondiali risulta protetta.