U.N.I.F. Unione Nazionale degli Istituti di Ricerche Forestali
Università degli Studi della Tuscia   Consiglio Nazionale delle Ricerche
Regione CampaniaAssessorato all'Agricoltura

CONVEGNO INTERNAZIONALE

VIABILITA' FORESTALE: ASPETTI AMBIENTALI, LEGISLATIVI E TECNICO-ECONOMICI


 

Comunità Montana Terminio - Cervialto
Hotel Capozzi - Lago Laceno (AV)
2 - 3 Ottobre 1998

Dr. Pietro Luigi Bortoli Direttore Regionale delle Foreste, Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia

 La viabilità per la valorizzazione delle aree protette e della selvicoltura naturalistica

 

Riassunto

Negli ultimi trenta anni, al contrario dei vicini Paesi di lingua tedesca che hanno pressoché raggiunto l’obbiettivo di realizzare la viabilità necessaria per praticare in modo ottimale la selvicoltura e per rendere possibile forme economiche di gestione forestale, l’Italia è stata completamente assente da un dibattito politico e programmatico serio su questo tema, se si esclude qualche voce ed esperienza isolata. Gli stessi forestali prima e gli ambientalisti poi hanno contribuito ad alimentare e ad enfatizzare il pericolo derivante dalle strade forestali.

Il non aver colto i cambiamenti socio-economici che avrebbero portato al progressivo abbandono della montagna ha fatto sì che le condizioni per favorire una gestione moderna delle risorse forestali si siano sensibilmente modificate negli ultimi trent’anni: il numero degli addetti nel settore si è notevolmente ridotto, i costi unitari di trasformazione sono cresciuti in proporzione assai maggiore dei valori del prodotto, la professionalità richiesta al boscaiolo, e più in generale a coloro che svolgono lavori forestali, è completamente cambiata; In numerosi complessi boscati non conviene più intervenire a causa dei costi proibitivi determinati dall’assenza della viabilità. In sintesi, si è perso troppo tempo. E la domanda che ci si può porre è se, a fronte di cambiamenti radicali verificatisi negli ultimi trent’anni, è ancora opportuno parlare di viabilità.

Assolutamente sì. Si può sottolineare, come evoluzione positiva degli ultimi 30 anni, che il concetto di funzioni multiple della foresta ha subito un’evoluzione significativa nel corso della quale l’aspetto produttivo è stato ridimensionato ed il bosco ha assunto un significato di bene in grado di fornire utilità ai proprietari ma soprattutto servizi che devono essere goduti dalla collettività. E paradossalmente le ragioni che un tempo giustificavano la realizzazione della viabilità forestale in funzione unicamente economica, vengono oggi ancor più rafforzate e sostituite dalle ragioni che stanno alla base della valorizzazione multifunzionale della foresta ed al significato che sta assumendo la selvicoltura e la tutela dell’ambiente in una lettura più moderna.

Le ragioni culturali, teoriche e pratiche, possono essere tratte proprio dall’esperienza di quelle poche regioni o province autonome delle Alpi nelle quali si sono verificati i cambiamenti strutturali più significativi. Queste hanno elaborato modelli di gestione selvicolturale basati sulla conoscenza degli ecosistemi forestali e sul pratico esercizio di una selvicoltura prossima alla natura.

Le Alpi Orientali possono fare scuola: è infatti relativamente più elevata l’attenzione per la gestione dei boschi, le condizioni ecologiche e selvicolturali dei popolamenti forestali sono molto buone, i criteri selvicolturali sono mutati radicalmente con la tendenza ad adottare progressivamente metodi corrispondenti alla selvicoltura cosiddetta naturalistica che si adegua alla dinamica evolutiva dei tipi forestali senza forzature, promuove le sole forme di rinnovazione naturale, salvaguarda e potenzia la vitalità e la capacità di autoregolazione degli ecosistemi ed è attenta ad una elastica applicazione dei metodi di taglio utili per una diversificazione strutturale e biologica. Applicare la selvicoltura naturalistica significa appunto essere pienamente coerenti e rispettare al massimo livello i principi della gestione sostenibile e della biodiversità.

Bisogna tuttavia ricordare che non basta parlare astrattamente di selvicoltura conferendone solo contenuti teorici ed ideologici: è necessario progettare e operare. Il buon livello della tecnica selvicolturale raggiunto in varie zone delle Alpi dipende, infatti, non solo dal progresso delle conoscenze scientifiche sul funzionamento degli ecosistemi forestali, ma anche dalla disponibilità di una notevole mole di esperienze sulla gestione selvicolturale, sulla qualificazione e sull’aggiornamento del personale forestale e delle maestranze; dipende anche dalla capacità del boscaiolo di agire in modo tale da contenere i danni al soprassuolo ed al terreno durante l’intervento di utilizzazione e, soprattutto, dal progresso dello sviluppo della viabilità forestale che ha reso possibile anche la crescita di una moderna meccanizzazione in armonia con i principi della selvicoltura naturalistica.

Nelle Alpi Orientali si può affermare che i boschi sono ben conservati non perché abbandonati a loro stessi ma perché si fa selvicoltura naturalistica attiva: si è passati dallo sfruttamento alla "coltivazione" basata su modelli colturali aventi uno specifico indirizzo e riassumibili nel concetto che le utilizzazioni boschive devono essere sempre intese quali "cure colturali" tendenti a perpetuare e migliorare il bosco con finalizzazioni multiple e perciò stesso anche economiche.

Un secondo quesito che ci si può porre è se, praticando gli interventi in bosco con i principi della selvicoltura naturalistica, servono le strade o se queste sono in antitesi con gli obiettivi di una selvicoltura rispettosa dei processi naturali.

La risposta è che proprio in virtù di questa forma di selvicoltura è necessaria una viabilità forestale di densità più elevata, meglio realizzata e strutturata. Le strade non servono infatti solo per portare nel bosco gli operai, le macchine e per esboscare i prodotti a costi più bassi, ma servono essenzialmente per rendere meno costosi e convenienti, anche economicamente, quel complesso infinito di operazioni che rientrano nel contesto della selvicoltura naturalistica e che comprendono i tagli colturali di allevamento di boschi giovani, gli sfolli, i diradamenti e le conversioni; come pure l’ampia casistica dei tagli di maturità che devono essere sempre poco intensi e frequenti per meglio seguire ed assecondare il dinamismo naturale.

Secondo autori esteri per fare selvicoltura naturalistica è necessaria una densità di viabilità principale più elevata rispetto alle pratiche della selvicoltura tradizionale di tipo economico in quanto questi ultimi interventi, sempre molto intensi, concentrati ed episodici possono anche prescindere in alcuni casi dalla presenza della viabilità. Tale densità di viabilità principale si attesta tra 20 e 40 m/ha a seconda delle realtà locali.

E nelle aree protette serve la viabilità forestale, oppure questa rappresenta, come comunemente si crede, un danno per l’ambiente?

La risposta è, a maggior ragione, sempre affermativa, se si tiene presente che con la legge 394/91 lo Stato intendeva non solo porre vincoli ma anche avviare una seria politica di conservazione attiva dell’ambiente che coniugasse la tutela e le aspettative di sviluppo delle popolazioni. In tale legge, infatti, oltre alle riserve integrali, dove non è possibile alcuna interferenza umana, venivano individuate le riserve orientate, le aree di protezione e le aree di promozione economica e sociale, dove sono consentiti interventi di manutenzione e di utilizzazioni produttive fondamentali per la gestione delle risorse forestali.

Per tutte queste ultime si tratta di proporre quel complesso di interventi propri della selvicoltura naturalistica che, nel rispetto dei meccanismi di autoregolazione dell’ecosistema e del dinamismo, della rigenerazione dei boschi e della stabilità bioecologica, tendono a massimizzare i valori di polifunzionalità dei tipi forestali di riferimento.

Del resto se l’obiettivo primo di un parco, come per la selvicoltura naturalistica, è il rapporto armonico fra uomo e natura, si può ricordare l’insegnamento delle regioni orientali dove non esiste alcuna differenza sostanziale tra gestione di aree collocate all’esterno dei parchi e di aree forestali in aree protette, purchè queste non siano ascritte tra le riserve integrali. Non viene quindi applicata una selvicoltura particolare per i boschi inseriti nei parchi regionali ma la stessa selvicoltura naturalistica che rappresenta la trasposizione e traduzione in atti concreti di conoscenze multidisciplinari e scientifiche in una dimensione ecosistemica e che intende il bosco come luogo di vita di esseri viventi in relazione interspecifica. E l’area protetta, ancor più e a maggior ragione, potrà costituire un’opportunità e la sede privilegiata per perfezionare i modelli gestionali e selvicolturali e far conoscere agli utenti le ragioni della "coltivazione" dei boschi nel rispetto della natura, far capire ancora l’essenza della selvicoltura naturalistica e insegnare che il taglio delle piante a certe condizioni ha un significato biologico ben preciso. È opinione, inoltre, che solamente nelle aree protette può essere garantita la biodiversità. Non è vero: nei nostri ambienti montani l’esperienza selvicolturale dimostra che la salvaguardia ed il ripristino della naturalità del bosco, di cui la biodiversità è un’espressione, costituiscono il tratto comune di tutte le foreste trattate con i principi della selvicoltura naturalistica.

Come i selvicoltori svizzeri hanno coniato per le foreste di protezione dell’arco alpino l’espressione di "sostenibilità del non intervento" e prevedono per le stesse le "cure minime" necessarie per conservare e migliorare la stabilità e assicurare la perpetuità e l’esercizio delle funzioni prioritarie del popolamento, così anche per le aree protette si dovrebbe seriamente riflettere sui possibili danni indiretti che nel lungo periodo provoca l’abbandono dei tratti di foresta al non intervento con fenomeni di semplificazione dell’ecosistema e allungamento dei tempi per la valorizzazione degli aspetti multifunzionali della foresta.

Per praticare una selvicoltura naturalistica in foreste situate all’interno o all’esterno di aree protette in che maniera deve essere affrontato e risolto il problema viabilità forestale?

Laddove si vuole praticare una soddisfacente selvicoltura naturalistica, è necessario disporre di uno sviluppo ottimale di viabilità principale (a fondo stabilizzato) che comprende le strade trattorabili e camionabili che assolvono la funzione di trasporto delle maestranze, delle macchine forestali e del prodotto legnoso, e una rete di viabilità secondaria (varchi a fondo naturale), rappresentata delle piste di esbosco che assolvono la funzione di concentramento del legname; queste ultime, com’è noto, comprendono le piste di strascico e le linee di gru a cavo e vengono realizzate in concomitanza con gli interventi selvicolturali.

Prima di dar luogo a qualsiasi progettazione ed esecuzione di infrastrutture bisogna studiare e redigere un accurato piano della viabilità. I parametri principali che stanno alla base di un’accurata pianificazione sono: la distribuzione della viabilità esistente, la posizione dell’area, la pendenza, l’accidentalità del terreno, la forma di governo, la produttivita del popolamento, il tipo di trattamento applicato, l’intensità e la frequenza degli interventi colturali e di utilizzazione, la distanza dalla viabilità esistente e l’esigenza di nuova viabilità.

In sintesi il piano di viabilità, inteso come parte di uno studio particolareggiato delle aree protette o di altre aree a gestione attiva dove si applica la selvicoltura naturalistica, deve operare l’analisi dello stato di fatto con l’individuazione della viabilità esistente e del grado di servizio della stessa, definire le zone ben servite, scarsamente servite o non servite e l’esigenza intrinseca di viabilità espressa dai popolamenti forestali investiti dalla pianificazione. Ad esempio, i boschi con elevata esigenza di strade saranno quelli i cui parametri di fertilità, di consistenza e di dinamismo, richiedono significativi interventi colturali o di utilizzazione principale da ripetere ad intervalli ravvicinati e quindi con frequenti interventi di debole intensità.

Ai boschi senza esigenze di viabilità saranno ascritte, ad esempio, le aree a riserva integrale o da lasciare alla libera evoluzione a causa della povertà provvigionale, della scadente fertilità o della lenta evoluzione.

La definizione dello sviluppo puntuale della viabilità forestale principale in cartografia (viabilità da realizzare) e del tipo di strade in relazione alla posizione (ascendente, in quota, a mezza costa, sommitale, ecc.), deve tenere conto in maniera più specifica degli schemi di utilizzazione che saranno a loro volta condizionati dalla classe di pendenza e dai mezzi utilizzati per l’esbosco. È evidente infatti che lo sviluppo della viabilità non può assolutamente prescindere dalla conoscenza dei procedimenti di utilizzazione che verranno applicati. Tra questi, oltre all’impiego del trattore per le aree pianeggianti, deve essere sottolineata in particolar modo l’importanza delle gru a cavo ormai riconosciute tra i mezzi più avanzati e coerenti con la selvicoltura naturalistica in quanto ecologicamente non censurabili e di più basso impatto per danni arrecati al suolo ed al soprassuolo.

La viabilità forestale principale si pianifica e si realizza solo dove può servire: strade inutili in quanto non giustificabili in termini di rapporto costi-benefici, rappresentano un impatto negativo per l’ambiente. Le strade si realizzeranno poi soltanto se non si ravvisano significativi ostacoli di ordine idrogeologico. Non ha senso costruire strade in condizioni estreme se con tali iniziative si aggiungeranno danni di natura idrogeologica ed ambientale.

Un tracciato scelto con cura e l’adozione di pendenze longitudinali contenute sono di fondamentale importanza per risolvere la maggior parte dei problemi. Il tracciato deve essere quello ottimale per garantire il miglior servizio del bosco ma anche il meno pregiudizievole sotto il profilo idrogeologico; deve tener conto dell’accidentalità, della morfologia sempre mutevole dei versanti, delle aree instabili, dell’esigenza di realizzare frequenti piazzali di manovra, di contenere i costi, di limitare i movimenti di terra e di impiegare opere di minimo impatto ambientale. Le strade ben realizzate non comportano sconvolgimenti e finiscono per scomparire nel bosco nel giro di pochi anni.

Tra le opere di completamento essenziali, al di là dei movimenti di terra da realizzare mediante l’impiego dell’escavatore e con grande cura, sarà necessario provvedere alla stabilizzazione del fondo e all’impiego delle opere accessorie longitudinali di consolidamento e di controllo delle acque superficiali più convenienti, meno costose e di minor impatto per il territorio. Tra i materiali e le opere si ricordano l’impiego di massi reperibili sul posto per la costruzione di scogliere, nonché l’impiego delle opere miste in legname e pietrame conformi ai principi e alle tecniche dell’ingegneria naturalistica. In generale si deve sempre far ricorso a materiali naturali vivi o morti reperibili sul posto e di facile messa in opera per maestranze opportunamente addestrate.

A queste opere si aggiungeranno le canalette di diversa foggia e funzionalità costruite con materiali diversi ma prevalentemente in legname. Per ultimo, ma è l’aspetto più importante, è fondamentale l’inerbimento potenziato delle scarpate di scavo e di riporto al fine di promuovere un efficace e pronto consolidamento delle superfici denudate.

Concludo ricordando che la mancanza o carenza di viabilità forestale nei prossimi anni renderà pressoché impossibile qualsiasi intervento selvicolturale se non a costi elevatissimi ed insopportabili per la collettività. Inoltre se in futuro si registreranno nuovi vincoli per i paesi dai quali proviene la maggior parte dell’approvvigionamento del legname e verranno anche meno le ragioni che hanno determinato una diminuzione significativa del valore di mercato della produzione legnosa, sarà ancor più necessario trovarsi preparati e mantenere efficienti le strutture e le iniziative che, se non già presenti, nei prossimi anni dovremmo assolutamente realizzare per assicurare vigore al settore forestale nel rispetto di quel principio etico dell’economia. Tali obiettivi vengono raggiunti con la preparazione ed il sostegno di una manodopera moderna e specializzata e con la costruzione delle strade forestali di servizio al bosco premessa fondamentale perché la selvicoltura naturalistica non sia un’astrazione.