L’albero, tra uomo e ambiente

 

di Roberto Marchesini
tratto da "Quaderni di bioetica"
1966 Macro Edizioni


L'albero
Il concetto di bosco
La nostra responsabilità verso il regno vegetale


L'albero

L’albero... è difficile immaginare un’altra presenza della natura così carica di significati, di metafore, di allegorie.
Ci accostiamo all’albero e subito abbiamo la sensazione di entrare in un territorio misterioso: lì sogno e realtà si mescolano, e anche noi ci sentiamo assorbire, perdiamo i nostri contorni epidermici, il nostro pensiero si rarefà... diventiamo lo stormire delle foglie, l’anima nascosta del vento che penetra fra i rami, il brusio delle misteriose presenze che popolano le fronde, gli interstizi della corteccia, il mondo sotterraneo delle radici.
Accanto ad un albero proviamo perciò la sensazione di non essere soli, ma di essere parte della natura che ci circonda.
L’albero riunisce in sè le caratteristiche pregnanti della natura, è questo che accresce il suo registro simbolico, lo rende immagine, epifania della natura: come forza, biodiversità, complessità ed essenza di relazione con l’universo vivo.
L’albero come parola chiave, sintesi, concetto di base per comprendere i grandi temi del pensiero ecologico, la relazione, l’interdipendenza, la complessità, l’emergenza e via dicendo.
In natura la stabilità di un sistema viene assicurata dalla ricchezza in diversità: l’albero proteiforme, ma altresì luogo di biodiversità ci fa comprendere sul campo cosa significhi valorizzare la diversità.
L’albero è inoltre il diverso per antonomasia.
Immobile e imponente, con la sua longevità sembra sfidare il tempo, dà l’idea del tempo, della finitezza della natura umana, della caducità della vita dell’uomo.
La vita dell’albero apre le porte al pensiero generazionale; gli alberi dei nostri avi, le querce millenarie sono i santuari delle tradizioni, della continuità, una continuità che non viene interrotta dalla morte: sotto gli alberi piantati dai genitori gli uomini cresceranno i loro figli: arricchisce perciò di significati diacronici e finalistici la nostra vita, breve e faticosa.
Alberi millenari abitati dalle più strane creature, pieni di rumori, di segnali, di armonie nascoste, alberi come armonie del disordine e forse proprio per questo difficilmente incasellabili in categorie antropocentriche.
Quella stessa vita che si svolge all’esterno e poggia su un midollo morto, idea stessa del tempo, è difficile da comprendere, e non a caso è stata utilizzata come metafora quando si è voluto esemplificare il concetto di biosfera o di Gaia.
L’albero è vivo ma poggia sul suo tempo passato, può rivelarci il clima di stagioni antichissime, l’albero sfida il tempo come ci riporta curiosamente D. Attemborough riguardo a un seme di magnolia rimasto quiescente per millenni nell’alveo di un mondo preistorico e poi di colpo risorto, germinato, portando alla luce la bellezza di un fiore estinto.
L’albero centro cosmologico, sostegno della volta celeste e guida per discendere nel ventre della terra, e questa sua natura psicopompa è facilmente individuabile proprio all’inizio della Divina Commedia.
Il rapporto dell’albero con il terreno è un rapporto forte, tale da divenire uno dei topoi più precisi del pensiero umano: pensiamo solo alla frequenza dell’uso metaforico di termini come “radici”, “radicato”, “radicale”.
Le radici dell’albero sono il punto di partenza ma al tempo stesso il punto d’arrivo di tutta la sua fisiologia: esse affondano nella terra e traggono dalla terra l’energia vitale per ergersi verso il cielo, ma altresì, qualora il tronco venga danneggiato e il flusso di sostanze organiche sintetizzate a livello fogliare venga interrotto, esse saranno le prime a deperire.
Il tronco dell’albero è l’immensa autostrada che irradia le preziose alchimie che avvengono sulla chioma e conduce alla chioma l’acqua raccolta dal terreno e i sali inorganici.
I tronchi degli alberi, neri nei tigli, bianchi nelle betulle, rossastri nelle immense sequoie, spruzzati di muschi o di licheni, lisci o screziati... comunque imponenti nei grandi boschi dove appaiono come un’immensa fila di colonne per un tempio altrettanto imponente, dirigono il nostro sguardo verso l’alto.
Il tronco dell’albero catalizza e orienta il nostro pensiero, anche lui crescerà verticalmente verso l’alto, usiamo la stessa metafora per parlare di crescita interiore, di aumento cognitivo... e parliamo di raggiungere la vetta, di pensieri alti.
E il cielo diventa per noi la sede del pensiero immortale, della perfezione, là dove tende il tronco dell’albero. Lassù le chiome libere sono abitate da un universo vivente invisibile, abituarsi a guardare in alto significa in un certo senso prendere confidenza con l’astrazione, e difatti molti studiosi sottolineano l’importanza di questa tensione verso l’alto nella nascita del pensiero, della ricerca scientifica, dello spirito religioso.
L’evoluzione seriale dei rami, via via che cresce il nostro albero, ci mostra la progressione, lo sforzo, ci indica la successione parentale e non a caso la disegneremo come albero genealogico, che nella grande intuizione darwiniana diverrà albero filogenetico.
Con Darwin anche la tassonomia si farà arborea, senza dimenticare che da sempre la conoscenza ha assunto forma di albero.
Quale beffa, o rivelazione, scoprire che anche l’allacciamento sinaptico, la base della conoscenza, è in qualche modo dendritico!
L’intreccio dei rami ha da sempre alimentato la fantasia dell’uomo, tratteggiando fantomatiche braccia protese, profili benauguranti o incombenti.
La luce scende filtrata dalla coltre verde o spezzettata dai tasselli fogliari che si intersecano come un puzzle per raccogliere quanta più luce possibile.
E in quest’ambiente di luce soffusa, di valori microclimatici sapientemente omeostatizzati, che può crescere il sottobosco di muschi, di funghi, di flora sciafila, di arbusti.
Luogo di umidità, di degradazioni, di improvvise fioriture primaverili e autunnali. L’albero è un luogo di competizioni, vegetazioni epifitiche che tendono a soffocarlo, stranissime simbiosi, parassitismi in equilibri precari, tempi biologici di evoluzione del territorio, dove talvolta l’incendio, la distruzione (non dolosa)è una fase dello sviluppo fisiologico e vegetativo.
L’albero ferma la desertificazione, nutre il terreno, mantiene il suo carico organico, la sua umidità... l’albero assomiglia ad un contadino saggio.
Perciò l’albero non è solo un simbolo, è l’interlocutore migliore per parlare di ecologia. Quante cose l’uomo ha imparato dagli alberi!
Fermiamoci a riflettere, magari proprio accanto a un albero, vediamo se riusciamo a capire l’essenza del pensiero ecologico, che non è tematico, come molti credono, ma paradigmatico.
L’ecologia non si limita a descriverci l’ambiente, ci dice che la natura si regge su rapporti reciproci proprio come un castello di carte.
Da soli siamo una carta, insieme siamo un castello.
Se togliamo anche una sola carta, l’intera struttura si affloscia.
Abbiamo imparato qualcosa di più che una semplice descrizione di ambiente: la vera conoscenza ecologica modifica il nostro modo di essere.
Gli alberi ce lo suggeriscono, osservarli è una occasione in più che abbiamo per comprendere il nostro posto sul Pianeta.
C’è chi afferma che persino il concetto stesso di tempo, con la sua circolarità, sia in qualche modo legato agli anelli di accrescimento, ben riconoscibili nel tronco di un albero abbattuto.
L’albero è perciò fascino, magia, interpreta benissimo l’archetipo del diverso, ci spinge alla conoscenza.
Entrando in un bosco ci accorgiamo subito di come l’albero sia un sapiente regista nell’immergerci in un’atmosfera di mistero, nel richiamare quella natura ancestrale che alberga nel nostro inconscio.
Eppure ancora oggi tanti sono gli aspetti che non conosciamo della vita segreta degli alberi, e non è un caso che proprio alle soglie del terzo millennio sorga una nuova disciplina: l’arbonautica.
Così entomologi, botanici, etologi e altri studiosi di scienze naturali sempre di più si avventurano in queste scalate verso la cima dei grandi alberi, con funi, gru, palloni aerostatici, per scoprire, classificare, osservare nei comportamenti la fauna e la flora che vive all’ultimo piano delle grandi formazioni arboree, la cima.
E mentre le grandi foreste del Nord Europa sono minacciate dalle piogge acide e da altri inquinanti, la foresta amazzonica dall’incedere delle motoseghe, ecco che si comincia a scoprire un mondo completamente sconosciuto.
L’albero non cessa di stupirci.
Imparare a conoscere gli alberi, ad apprezzare il loro ruolo centrale nell’ecologia globale del pianeta è perciò una priorità.
L’albero ha infatti forti valenze ecologiche, pensiamo ad esempio al ruolo di grande fornitore di ossigeno per la biosfera, alla sua funzione di ammortizzatore nell’impedire il dissesto idrogeologico, all’importanza come ecosistema per moltissime specie animali e da ultimo al suo ruolo di sentinella ambientale, capace cioè di avvisarci se l’ambiente è più o meno inquinato.
Insomma l’albero occupa un ruolo centrale nella valutazione dell’ambiente nel suo insieme, al punto che possiamo dire che un ambiente ricco di alberi è comunque una buona garanzia di maggiore naturalità, di presenza di animali, di un ambiente in cui tutti i parametri microclimatici sono in qualche modo mitigati.
L’albero è infatti un ecosistema complesso, luogo di scambi biologici, ove poter osservare la riproduzione degli uccelli, il pronubismo degli insetti, e moltissimi altri fenomeni naturali, quali i cicli stagionali, le simbiosi, i mimetismi.
L’albero è un ricovero per moltissime specie viventi, condizione essenziale per assicurare la diversità delle specie, unità di base per fare di un territorio arido un luogo con regolatori microclimatici in grado di assicurare rifugio e alimentazione per moltissime specie viventi.
Solo osservandò attentamente la varietà di vita che l’albero alberga sul tronco, tra le foglie, tra le radici, si può comprendere appieno la sua importanza ecologica.
Da un punto di vista meramente ambientale, come si diceva, l’albero è il grande ammortizzatore delle calamità naturali, grazie alla sua azione di contenimento del terreno attraverso il suo apparato radicale e di drenaggio delle acque pluviali.
Le foglie che cadono mantengono inalterato l’humus del terreno, mentre preziose simbiosi avvengono in profondità, le micorrize ad esempio tra funghi e radici, spesso con l’ausilio aggiuntivo degli insetti come partner, sentinelle a volte, altre volte veri e propri contadini nell’eradicare le infestanti... oppure sul tronco dove le ife fungine possono in qualche modo "digerire" lo strato interno morto dell’albero e rendere di nuovo disponibili preziose sostanze.
Pochi sanno che spesso gli alberi cavi resistono meglio alle intemperie, alle avversità climatiche proprio grazie a incredibili equilibri con i funghi ad esempio, ma anche con gli uccelli che vi costruiscono il nido all’interno e attraverso le loro feci fertilizzano il terreno intorno.
Quelle vecchie querce millenarie, maestose e cave, piene di vita che fruga alloro interno, con sul tronco improvvise fioriture di carpofori che liberando nuvole di spore sembrano fumare, oppure macchiate di licheni e di muschi... rassomigliano a delle città.
L’albero è sempre stato per l’uomo una presenza importante, un preciso riferimento su cui far confluire credenze, misteri, allegorie, epifanie.
Le più antiche leggende raccontano di divinità nascoste negli alberi o presenti proprio sotto le spoglie di albero.
E così che nascono le prime divinazioni e i primi culti che hanno come templi le grandi architetture forestali.
Gli immensi tronchi che si ergono verso il cielo rappresenteranno l’archetipo delle colonne, le fronde che si muovono parleranno la lingua ambigua della divinità e i loro responsi dovranno essere interpretati dall’arte magica della dendromanzia.
Le diverse mitologie, greca, latina, celtica, germanica, sono ricchissime di citazioni e di spunti che ruotano intorno alla figura dell’albero: pensiamo ai culti dionisiaci, alle amadriadi, alla stessa mitologia legata al dio Pan.
L’albero presenza protettiva, ma anche forza della natura, flusso di energie biologiche difficilmente contenibile nell’argine del puro razionalismo, è diventato nel tempo anche monito a una cattiva coscienza ecologica dell’uomo.
L’uomo del mondo antico avvertiva come il tagliare un albero millenario fosse in qualche modo un atto sacrilego, e per questo era infatti necessario chiedere il permesso agli dei. L’albero perciò entra direttamente nella storia dell’uomo, e a seconda dei miti e degli usi che infonde nelle diverse popolazioni caratterizza le loro culture.
Ecco allora che si disvelano gli innumere voli richiami antropologici celati nei miti delle origini, dall’Eden di tradizione ebraica alla favolosa età dell’oro di origine greca.
L’albero affonda le radici nel nostro immaginario, la sua simbologia è carica di riferimenti culturali ed etnologici, la sua presenza diviene analogia di protezione, serenità, bellezza.
Parlare dell’albero, analizzano sotto i diversi profili, da quello meramente ecologico a quello più umanistico, comunicare il suo grande valore è pertanto un punto di partenza previlegiato per un viaggio verso la natura.
Un viaggio che è anche intorno all’uomo, infatti le valenze antropologiche si intrecciano, mutano a seconda del periodo storico, dell’ambiente e delle diverse culture a cui ci si riferisce.
L’albero è pertanto un luogo di ricerca e di riflessione sui valori, sui significati, sulla cultura umana: albero come rete di relazioni tra valori umani e valori ambientali. Ma cosa significa per noi oggi parlare di albero?
Non so fino a che punto siamo capaci di superare quella sorta di diffidenza maturata in millenni per i luoghi oscuri, intricati, quei luoghi che rendono l’uomo "forestiero", "nemico".
In ogni mitologia c’è sempre una foresta da disboscare, un eroico Gilgamesh pronto a distruggere l’anima del bosco, quell’anima da fuorilegge, da cuori tenebrosi, da nature lussureggianti e dionisiache.
Nel bosco non bisogna fermarsi, il bosco è un immenso filo spinato che impania il cavaliere, è la selva oscura, l’incubo di Macbeth.
Il mito del cow boy, l’etica della frontiera informa ancora le nostre azioni, il nostro pensiero.
Abbiamo paura del bosco, della sua diversità, della sua vita: perciò vogliamo distruggenlo e per farlo ogni scusa è lecita.
Non allentiamo la pressione agronomica, non prendiamo in considerazione i processi di desertificazione, non preveniamo quelle alterazioni ambientali che hanno una ricaduta devastante sui boschi e sulle foreste.
Ecco perché è necessaria una seria riflessione etica sul nostro rapporto con il mondo vegetale, al fine di rivisitare i nostri comportamenti, i nostri valori, i nostri doveri morali.
Prima che sia troppo tardi.
Non credo infatti che questa riflessione sia un semplice vezzo, al contrario sono dell’idea che l’urgenza del problema sia davvero impellente.
L’antropocentrismo forte che informa il nostro pensiero e le nostre azioni discende da un atteggiamento di paura che oggi ha perduto qualsiasi significato e che si è trasformata in un nevrotico bisogno distruttivo accompagnato da una specie di delirio di potenza. Possiamo parlare di obblighi morali nei confronti del mondo vegetale?
L’albero è portatore di diritti naturali?
Cosa significa rispettare la vita vegetativa?
Ecco alcune domande che non sono di certo pleonastiche, ma che meritano una riflessione etica e che, a mio giudizio,fanno parte della ricerca bioetica.
Questo non significa uscire dal seminato, allargare il campo della bioetica, se per bioetica intendiamo la ricerca etica sui rapporti che legano l’uomo (la sua storia, il suo sviluppo tecnologico, le sue accresciute capacità di intervenire sui fenomeni naturali) e il resto del mondo biotico, della realtà viva.
Solo un approccio antropocentrico può chiamare "vita" unicamente la vita umana, significa in ultima analisi non tener conto delle acquisizioni scientifiche e fare del meccanicismo deteriore.
La vita, quella di un albero o di un insetto, quella di un batterio o di un elefante, quella della fauna di Ediacara o quella attuale, è comunque un processo capace di essere "causa e fine della propria azione", cioè di quel valore definito azione immanente.
Ma la vita di un albero che valore ha?
Non ho una risposta... anche perchè rispettare l’altro significa prima di tutto conoscere l’altro, avere la chiave per interpretare i termini del confronto.
In un certo senso è un problema di ermeneutica, e io posso dare il mio contributo, la mia edizione critica. Non di più.
Il rischio è di attribuire arbitrariamente dei valori (diritti?) antropomorfi e di negare dei bisogni specifici, come usualmente avviene nel rapporto con gli animali e nei dibattiti di etica animalista.
Sarebbe l’ultimo gradino di quel processo di antropomorfizzazione del mondo che, ahimè, sembra l’altra faccia della medaglia della conoscenza.
Posso solo augurarmi che questa riflessione apra un dibattito a tutto campo e sappia dare un contributo anche ad altri problemi di bioetica, primo fra tutti il nostro rapporto con gli altri animali che oggi naufraga tra il riduzionismo più becero e l’umanizzazione ridicola e il più delle volte coatta degli animali.
Appelliamoci alla diversità vegetale. Forse ci troveremo più liberi dai pregiudizi e sapremo valutare con maggiore attenzione le caratteristiche intrinseche, che sono la base per ogni attribuzione.
Che restano comunque attribuzioni. Nel frattempo interroghiamoci pure sull’importanza dell’albero nella vita e nella cultura dell’uomo!
Anche se le nostre città stanno perdendo quei pochi fazzoletti di verde che come piccole isole interrompevano la monotonia dei palazzi e delle strade asfaltate.
Oggi questi esili giardini sono soffocati dall’invasività del cemento, e noi stiamo perdendo familiarità e consuetudine con gli alberi.
Eppure l’albero valorizza le nostre città, dà più forza alle bellezze architettoniche del paesaggio urbano, ritaglia angoli per il gioco dei bambini, per la passeggiata dell’anziano.
Riusciamo ancora ad accorgercene? Siamo così distratti!
In un mondo che pullula di referenti artificiali, che sogna davanti ad ogni virtualità è veramente difficile recuperare nella nostra attenzione la presenza della natura, essere catturati, presi dall’ammirazione, ma anche confortati alla vista di un albero.
Qual è il significato dell’albero nella nostra vita? Nella quotidianità? Nel nostro senso estetico?
L’albero che tempera le asprezze del clima, profuma le nostre serate primaverili, rende le nostre città più a misura d’uomo... se per uomo intendiamo anche il bambino, il giovane, l’anziano, colui che ha bisogno anche di sognare, immaginare, riflettere e soprattutto fermarsi.
L’albero luogo privilegiato per avvicinare e conoscere tantissime specie di animali, per fare birdwatching, studiare gli insetti, osservare gli scoiattoli, i ghiri. Cosa significa per noi?
L’albero che aiuta l’agricoltura, ad esempio sotto forma delle siepi che creano le occasioni per la lotta biologica, attutiscono i rigori dell’inverno, temperano il clima. L’albero che ci affascina con le sue foreste suggestive, arricchisce il nostro immaginario, la nostra fantasia, il nostro lessico intellettuale...
Un’ultima domanda: ha un senso chiedersi cosa rappresentiamo noi per lui?

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