La nostra responsabilità verso il regno vegetale


La storia della civiltà occidentale è una storia di deforestazione.
Lungo il bacino del Mediterraneo lussureggianti foreste rappresentavano un continuum ininterrotto che si estendeva su tutto il continente europeo.
David Attenborough descrive come le province del Nord Africa fossero tra le più ricche in produttività: "Alla fine del I secolo d.C. il Nord Africa produceva cinquecentomila tonnellate di grano l’anno e riforniva l’enorme città di Roma".
Con l’andare del tempo tuttavia l’opera di disboscamento ha provocato una lenta ma inesorabile desertificazione di queste terre.
Le foreste infatti assorbivano la pioggia che cadeva durante l’inverno e la trattenevano in profondità, rilasciandola lentamente durante l’estate ed impedendo che la terra si seccasse completamente.
Come riporta R. Harrison (1992): "Basta attraversare l’odierna Asia Minore e visitare città come Efeso, Mileto, Afrodisia, Priene, Pergamo, Side, Kauno, Alicarnasso per rendersi conto di quanto sia brulla la terra in cui esse si adagiano, sotto la luce spietata del cielo aperto".
Trasformate le terre intorno a queste città da foresta a pascolo, cominciò la successiva e inesorabile erosione del suolo e con esso il declino di questi centri.
La deforestazione ha avuto le sue origini e le sue motivazioni nella spinta colonizzatrice degli imperi della civiltà classica. "Quando gli stati entravano in guerra, intere foreste venivano devastate per fornire agli eserciti i mezzi per spostarsi e alle flotte le navi” (D. Attemborough, 1987).
Tuttavia va sottolineato il fatto che la stessa scelta agro-zootecnica occidentale orienta in modo decisivo le scelte culturali che vengono operate sul territorio, e tradotte in altri continenti, proprio a causa della sua natura altamente energivora che provoca una dura pressione agronomica che non risparmia e non prevede alcuno spazio per la foresta. Dall’epopea di Gilgamesh al Discorso del metodo di Descartes la foresta rappresenta la res da dominare, sopraffare, sottomettere e soprattutto distruggere nelle sue qualità intrinseche.
Il disboscamento è perciò il risultato della nostra cultura. Sarebbe estremamente lunga e articolata una disamina sul cammino culturale che dall’antropocentrismo animista e finalista ha condotto all’antropocentrismo meccanicista e riduzionista, leggere poi come questo paradigma ha influenzato il nostro comportamento, le scelte etiche, il valore attribuito alla natura.
Quello che tuttavia occorre tener ben presente è come in realtà l’uomo abbia sempre cercato di evitare la sfida della complessità che gli veniva offerta dalla natura applicando metodi e categorie antropomorfe per rappresentare la natura di se stesso e del mondo esterno. L’uomo è sempre stato in fondo un grande egocentrico.
È vero d’altro canto che il diciannovesimo e il ventesimo secolo hanno rappresentato un punto di svolta nel pensiero occidentale, ponendo le basi per il superamento del paradigma antropocentrico.
Quando nel 1811 il barone Fourier vinse il premio dell’Académie per la sua trattazione teorica sulla propagazione del calore dei solidi.., beh, sicuramente mai si sarebbe potuto aspettare quali evoluzioni nella storia del pensiero scientifico i suoi studi avrebbero determinato.
Con le leggi della termodinamica e in particolare con l’introduzione del concetto di entropia, nel 1865 ad opera di Clausius, ecco che fa la sua comparsa nell’Universo il fattore “Tempo”, non più come semplice parametro di moto, ma misura di evoluzioni interne ad un mondo in non equilibrio.
Il che equivale a dire addio per sempre al demone di Laplace, nel senso che viviamo in un Universo in divenire, un Universo che ha una sua storia, una storia impossibile da determinare, perchè il domani non è più contenuto nell’oggi.
Cade perciò ogni pretesa determinista e l’Universo diviene un mondo aperto, dominato dalla categoria della probabilità.
Il fattore “Tempo” assume una grande importanza anche in biologia grazie alla feconda intuizione darwiniana, che raccogliendo l’eredità di pensatori quali Vico e Leibniz, trasforma la tassonomia da fredda analisi sincronica in storia, in filogenesi.
Darwin introduce il caos, attraverso il concetto di mutazione casuale, sul caos opererà il mondo delle probabilità e qui è campo di indagine diacronica, dove necessità e fortuna si mescolano così indissolubilmente che risulta difficile operare un distinguo, ad esempio riguardo all’estinzione, del tipo: “sfortuna o cattivi geni?”
Ad ogni modo il nuovo concetto di ordine/disordine interpretato attraverso le nuove acquisizioni di termodinamica, ecologia e biologia evoluzionistica, hanno letteralmente rivoluzionato la valutazione dei processi naturali, minando alla base molti dei pregiudizi antropocentrici che si erano accumulati sul pensiero occidentale.
Tuttavia spesso l’antropocentrismo ha inquinato l’evoluzionismo stesso, caricandolo di valenze di miglioramento, progresso, accrescimento di diversità che sono quanto di più inesatto e forviante nel comprendere la reale storia evolutiva dei viventi.
I fossili del Cambriano hanno definitivamente spazzato via queste concezioni velatamente finalistiche che vedevano l’evoluzione delle specie come un processo “verso l’uomo” e dove l’uomo rappresentava l’apice, il punto di arrivo finale.
L’idea di evoluzione naturale come cammino di progresso (peral tro da interpretare come retaggio della fiducia illuministica sul destino dell’uomo) è stata smentita dai reperti paleontologici che hanno al contrario sottolineato l’importanza dei fenomeni stocastici, dell’individualità storica dei processi, in altre parole per dirla alla J.D. Gould “se riavvolgessimo la videocassetta che riporta la storia della vita e ci accingessimo a riguardarla, vedremmo ogni volta una storia diversa”.
Le costruzioni deduttive, l’idea di poter stabilire delle leggi fondamentali di necessità che scrivano in modo esatto gli eventi naturali, si scontrano con l’evidente dilagare di realtà caotiche che solo una lettura più raffinata può finalmente rivelare.
L’Universo come mirabile congegno deriva da quel processo conosciuto come matematizzazione della realtà, frutto ancora una volta del pregiudizio antropocentrico di estendere la nostra tendenza tassonomica alla realtà esterna.
Possiamo ergerci a misura di tutte le cose? Giustamente Eibl Eibesfeldt nell’analizzare le capacità percettive in etologia umana sottolinea come i miraggi, le illusioni ottiche, la tendenza alla concisione, la percezione per categorie siano tutte prove di come le nostre funzioni sensoriali abbiano un senso non già assoluto, ma di contesto.
Il pregiudizio antropocentrico si scontra peraltro anche con le nuove acquisizioni scientifiche, là dove il concetto individuale della vita viene sostituito con il concetto relazionale della vita.
Proviamo infatti ad immaginare la vita come un fiume ininterrotto di cellule germinali che scorre di generazione in generazione, oppure di geni, volendo utilizzare la metafora di Dawkins; ecco che la realtà individuale diventa mera apparenza e il pregiudizio antropocentrico perde ogni costrutto.
Siamo abituati per educazione, cultura, religione, a considerarci degli universi a sè stanti, e in quanto tali anche il momento relazionale non viene letto come entità ontologica ma come manifestazione della volontà dell’ente individuale.

È difficile con questo paradigma comprendere la realtà biologica che emerge, come sottolineato da Mayr, da proprietà sistemiche irriducibili ai suoi singoli componenti... Possiamo studiare un organo del nostro corpo eradicandolo dall’insieme? Comprendere evidentemente non basta, tuttavia la conoscenza è la conditio sine qua non è possibile parlare di rispetto, di valore morale, di responsabilità umana.
La misconoscenza della natura ha in sè i germi della distruzione della natura; solo una nuova rivoluzione culturale potrà operare quei cambiamenti di direzione, quell’inversione di marcia orientata verso il rispetto della vita.
Ma è necessario smontare alla base il corrente paradigma culturale, relegando le tendenze analitico-riduzioniste, il primato dei processi neurobiologici, il concetto di ordine e armonia universale, di principio regolatore, di finalismo biologico, ad un passato spurio di antropomorfismi, della stessa natura della cultura animistica, delle cosmologie geocentriche e della biologia vitalistica.
L’antropocentrismo è d’altro canto il paradigma pedagogico che emargina l’uomo dalla natura, quasi che egli stesso non fosse: — parte integrante e frutto dei processi biologici che avvengono in lui e intorno a lui; — parte e momento di una storia cominciata qualche miliardo di anni fa e diretta chissà dove.
Una nuova epistemologia e una nuova etica che tenga conto di questo processo di lavaggio dai pregiudizi antropocentrici (la scienza peraltro può essere letta proprio come successivi abbandoni di antropomorfismi nella descrizione della realtà esterna) può nascere solo dalla risoluzione delle classiche dicotomie cultura/natura uomo/realtà biologica, individuo/ambiente.
La bioetica, come ambito disciplinare che includa l’etica ambientale (non si vede il fondamento di questa scissione), ha proprio nella sua natura olistica un campo di riflessione particolarmente adatto per far emergere questo dibattito paradigmatico, che tuttavia trascende il semplice dibattito etico. Quale responsabilità abbiamo nei confronti del mondo vegetale?
La domanda assomiglia al quesito posto sopra,“dove comincia il bosco”, e può essere posto anche in altri termini.
Ad esempio: qual è il nostro debito nei conversi del mondo vegetale?
Abbiamo in qualche modo una natura vegetale?
Abbiamo dei doveri verso gli altri uomini, verso gli animali, verso il Pianeta, verso le future generazioni, mediati dal mondo vegetale?
Alcuni animali albergano nel loro corpo particolari alghe e dipendono totalmente da queste; le alghe infatti grazie ai loro processi di fotosintesi li nutrono: è un fenomeno diffuso nei celenterati e nei molluschi.
In questo caso la dipendenza è molto chiara... E noi? L’uomo non tiene conto della sua natura vegetale; l’eterotrofia degli animali come si sa è un sovraprocesso dell’autotrofia delle piante (alio stesso modo che la mente non produce funzioni neurologiche senza un sistema cardiocircolatorio che la sostenti da un punto di vista di diffusione energetica). Di quante altre cose rimaniamo all’oscuro!
L’uomo non tiene conto della sua natura procariotica (senza mitocondri moriremmo all’istante), della sua natura biocenotica (viviamo grazie ad un complesso di relazioni simbiotiche e mutualistiche intestinali), della sua realtà ecosistemica, e potremmo continuare.
In questo senso, mancando una filosofia biocentrica non solo difficilmente può svilupparsi un’etica veramente biocentrica (le diverse etiche sviluppate in questo senso mostrano vizi di antropocentrismo culturale), ma altresì non potrà dotarsi di un’epistemologia in grado di affrontare la sfida della complessità .
Possiamo solo augurarci che il dibattito inizi.