Il mondo degli alberi

 

di Giorgio Celli
tratto da "Quaderni di bioetica"
1966 Macro Edizioni


Una vecchia leggenda montanara racconta che al principio non c’erano uomini ma soltanto degli alberi.
Poi, un bel giorno, un albero si è aperto ed è uscito un uomo, un altro albero si è aperto ed è uscito un altro uomo... e così il pianeta è diventato non più il pianeta degli alberi ma il pianeta degli uomini.
Bene, se è così, gli alberi sono i nostri più antichi progenitori e dobbiamo loro perlomeno rispetto, ma anche amore, perchè no!
L’albero è sicuramente il miglior amico dell’uomo, ma non è detto che l’uomo sia a sua volta il miglior amico degli alberi.
Se guardiamo, per esempio, una carta dell’Europa preistorica troviamo che tutto il territorio europeo era coperto da una immensa foresta; mentre ora per trovare degli alberi, per trovare dei boschi, per trovare dei relitti di foresta, dobbiamo andare in automobile lontano dalle città.
Ma perchè gli alberi sono amici dell’uomo? Beh, lo sono intanto perchè producono dell’ossigeno, e un bosco è pertanto un polmone vegetale che produce ogni giorno dell’ossigeno per noi.
La foresta dell’Amazzonia, per esempio, è una grande foresta pluviale che rifornisce di un forte contingente di ossigeno l’intera biosfera e se noi la distruggiamo perdiamo un alleato fondamentale per la corretta economia della natura.
L’albero è insomma un grande alchimista, che trasforma l’acqua, risucchiata con le radici dal suolo, e l’anidride carbonica captata dall’atmosfera, in sostanza organica e per l’appunto in ossigeno.
Inoltre uno dei più importanti servizi che gli alberi fanno agli uomini è quello di impedire il dissesto idrogeologico.
Difatti le loro radici sono come delle mani che tengono ferma la terra e impediscono gli smottamenti e le frane.


Quando cammino per un bosco ho sempre l’impressione di ritrovare qualcosa in me di antico, di remoto, di ritrovare quell’uomo delle origini che ognuno di noi ospita ancora nelle pieghe e nei fondali del suo inconscio.
Andare tra gli alberi significa entrare in una cattedrale delle origini, nel luogo sacro dei nostri progenitori, e il fruscio delle foglie canta da sempre per noi una rapsodia che non comprendiamo, ma che lo stesso ci allieta e ci rassicura. Ed è per questo che entrare in un bosco mi fa come sentire a casa mia, come se avessi ritrovato me stesso e il senso delle mie origini: mi guardo attorno e sento che una profonda calma mi invade.
Estatico, entro in una zona dove il sogno e la realtà finiscono per confondersi e provo così delle sensazioni dolcissime.
Ci si può imbattere nel corso di una passeggiata nei boschi in una bella quercia, una specie vegetale particolarmente diffusa negli Appennini.
Spesso la corteccia delle querce è ricoperta di musco e soprattutto di licheni che formano come delle macchie di colore biancastro.
Questi licheni, sin dai tempi del nonno di Darwin, di Erasmo Darwin, sono stati segnalati come degli organismi che se l’atmosfera è inquinata scompaiono dalla superfice arborea. Possiamo assegnare, allora, una funzione nuova all’albero, quella di essere una sentinella ambientale, di comunicarci in pratica se l’atmosfera è buona o inquinata.
Il bosco è il posto ideale per osservare gli uccelli, per osservare la vita di piccoli mammiferi, come gli scoiattoli, i ghiri e per studiare la vita di molti insetti.
Il bosco è sempre stato considerato dagli antichi una creatura misteriosa: gli alberi per esempio sono stati visti spesso come degli uomini o degli dei colti da un sonno misterioso magari in procinto di risvegliarsi.
Gli antichi greci intravedevano tra il fogliame muoversi delle creature deliziose, le cosiddette ninfe boscherecce, oppure assistevano con gli occhi dei miraggi, al passaggio dei satiri al galoppo, ebbri di vita, desiderosi d’amore.
Quindi il bosco è stato e resta un luogo sacro.
Si dice che i colonnati delle cattedrali romaniche o gotiche siano una traduzione nella pietra dei grandi colonnati arborei, dove si muoveva l’uomo delle origini. E quando poi nel mistero del bosco il vento passa tra il fogliame, ecco che gli alberi cominciano a parlare, raccontano una leggenda misteriosa che l’uomo non ha mai capito ma che va a cercare qualcosa nel suo profondo, a generare sogni, miti, leggende, stupefazioni.

Può succedere che scendendo dai boschi in collina ci si imbatta in un gruppo di piante che circonda una zona umida, un laghetto che magari è un laghetto naturale oppure in certi casi artificiale, destinato in precedenza a usi diversi e recuperato, e quindi rinaturalizzato. Un tempo queste zone umide, come le paludi, venivano bonificate e si destinavano magari alla coltivazione del grano.
Oggi si è scoperto che questi specchi d’acqua costituiscono un vero e proprio laboratorio all’aperto, dove noi possiamo studiare delle specie di animali interessanti come gli aironi, i germani reali e dove gracidano d’amore le rane e sfrecciano i missili azzurri delle libellule.
Gli alberi rompono l’uniformità del paesaggio. Un tempo in campagna i filari d’alberi, i pioppi o gli olmi per esempio, erano particolarmente frequenti.
Oggi invece, con l’avvento della cosiddetta agricoltura industriale e il ricorso a macchine di potenza, per dissodare il suolo oppure per i lavori di trebbiatura, le siepi e i filari d’alberi hanno avuto la tendenza a scomparire.
Per quale motivo? Perché erano impaccianti per queste macchine e inoltre si è andata creando un’idea della produttività ad ogni costo, in forza della quale ogni zona occupata dalle siepi oppure dagli alberi è stata considerata improduttiva.
Ma le siepi sono veramente improduttive? Dal punto di vista della produzione diretta sì, ma indirettamente hanno invece una loro produttività. Quale? È facilmente detto.
In queste siepi si rifugiano degli organismi utili per l’agricoltore, dei coccinellidi per esempio che mangiano i pidocchi delle piante.
Questi insetti utili passano l’inverno oppure si ammassano nelle siepi sfuggendo agli interventi insetticidi, per poi portare il loro benefico apporto di mangiatori di insetti dannosi nel campo coltivato contiguo.
Ma non soltanto i parassiti o i predatori amici dell’agricoltore prosperano in queste siepi; possiamo trovare anche dei bombi.
I bombi, come sappiamo, sono dei parenti delle api. Formano delle società temporanee che di anno in anno si rinnovano e svolgono un importantissimo ruolo come impollinatori delle piante coltivate.
Facciamo un piccolo esempio trasversale: voi avrete visto qualche volta delle api che vanno sui fiori di zucca frequentandoli attivamente. Vanno a raccogliere il nettare con cui faranno il miele e il polline con cui nutriranno le loro larve.
Ma nel contempo se la pianta cede qualcosa all’ape, che cosa riceve in cambio? Ne riceve in cambio il trasporto di polline: l’ape si sporca di polline e andando di fiore in fiore porta in giro il patrimonio genetico maschile della pianta.
Questi bombi, che fanno i loro nidi nelle siepi, sono a loro volta degli impollinatori efficientissimi di certe piante.
Un solo esempio: il mandorlo fiorisce molto presto e i bombi, che sono degli insetti con una folta pelliccia, più resistenti quindi alle basse temperature, sono i suoi impollinatori tipici.
Escono nell’ambiente prima delle api, e il mandorlo fa il caso loro! Le siepi allora sono improduttive come si pensa nell’ambito dell’agricoltura industriale?
Ma neanche per sogno! Hanno invece una loro produttività e alla fin fine, cosa da non trascurare, rompono l’uniformità del paesaggio coltivato con delle macchie di colore, con una diversità percettiva tale da ricreare lo spirito, perché non si vive di solo pane ma anche della visione della bellezza.
Se le grandi foreste del pianeta, se i boschi che circondano le città sono dei polmoni produttori di ossigeno, in fondo anche il verde urbano, il verde delle città è un piccolo polmone che rende migliore l’atmosfera e più respirabile la nostra vita.
I giardini pubblici ospitano spesso più uccelli delle campagne circostanti e diventano dei piccoli laboratori all’aperto, degli Eden ritrovati.
Mi piace quando la stagione è buona, di primavera, d’estate e anche nei primi giorni d’autunno, andare a leggere in un parco, sotto un albero.
Non in una polverosa biblioteca, ma a contatto diretto con quel relitto di natura che ancora può esistere in città.
Mi sembra di star meglio, di entrare in una sintonia migliore con quello che leggo.
Se leggo delle poesie, queste poesie sembrano trovare una corrispondenza con la natura che mi circonda e mi sembra addirittura che l’albero, se leggo ad alta voce, stia ad ascoltare e semmai con qualche sussurro di foglie, cerchi di contribuire alla metrica e alla musica nascosta dei versi.
È molto bello stare in un parco cittadino, perchè si ha l’impressione che il parco sia l’anima segreta della città.
Mi auguro che i parchi cittadini non vengano soffocati dall’asfalto in futuro, ma che crescano e che quindi restino disponibili per far passeggiare i bambini, per portare a passeggio gli animali, per il footing e soprattutto per bearsi con questo contatto con la natura di cui l’uomo sente da sempre un profondo bisogno.
L’albero è sicuramente il nostro migliore amico e come tale dobbiamo imparare a rispettano e ad amarlo.