di Margherita Hack
tratto da "Quaderni di bioetica"
1966 Macro Edizioni
Gli alberi rappresentano
una delle componenti principali del paesaggio, le foreste sono i polmoni del
nostro pianeta, ogni singolo grande albero è la città in cui vivono
numerose famiglie di uccelli, di scoiattoli, e migliaia di insetti; inoltre
per secoli sono stati l’unico combustibile.
Attorno ai fuochi si riscaldava l’uomo preistorico e si proteggeva dagli attacchi
dei predatori, sul fuoco cominciò a cuocere il cibo.
Nelle antiche civiltà e religioni l’albero occupa sempre un posto importante,
è abitato da divinità o è esso stesso una divinità.
Nella Genesi si parla dell’Albero della vita, che è sia fonte
principale dell’alimentazione, o portatore di sostanze in grado di guarire certe
malattie, o di produrre estasi.
In Egitto il sicomoro e la palma da dattero sono alberi di vita, da cui traggono
forza i defunti. Nella tradizione biblica troviamo 1’albero della conoscenza
del bene e del male, e anche nel Corano troviamo il Loto del Termine
che significa l'Albero di Giuggiole considerato il simbolo del limite
supremo oltre il quale la conoscenza umana non può andare. L’albero per
molte religioni primitive rappresenta anche l’eternità, l’essere che
perde le foglie e muore ogni inverno per rinascere in primavera.
Insomma ogni popolo ha elaborato nell’antichità tutta una serie di riti
religiosi incentrati sugli alberi, ed ha attribuito a questo o quell’albero
tutta una serie di significati collegati allo scorrere della vita, al culto
dei defunti o addirittura gli ha dato un significato cosmico, assumendolo a
simbolo dell’universo.
Eppure nei cieli delle varie civiltà l’albero non compare. Le costellazioni
portano nomi di animali o di esseri umani, e anche dopo la scoperta del cielo
australe, in era non più mitologica ma dominata dalla nascente tecnologia,
a varie costellazioni si assegnano nomi di macchine.
I grandi alberi secolari sono dei veri e propri monumenti naturali, la cui bellezza
e maestosità non ha niente da invidiare alle grandi opere umane, quali
le piramidi egiziane o quelle erette dalle antiche civiltà sudamericane,
gli elaborati templi indù, o le severe cattedrali della cristianità.
Purtroppo sempre ci si dimentica dell’importanza che hanno le grandi foreste
nel rigenerare l’aria che respiriamo, nel combattere l’eccesso di anidride carbonica,
nel rendere il clima più fresco d’estate, nell’impedire lo smottamento
dei terreni, nell’offrire rifugio a migliaia di specie animali, che proprio
in conseguenza dei disboscamenti selvaggi, dell’avanzare del cemento e dell’asfalto,
vedono ridursi continuamente i loro habitat e finiscono per estinguersi.
Quei cittadini che non hanno mai pensato all’importanza degli alberi, possono
rendersene facilmente conto, quando camminando d’estate per le vie dove l’asfalto
si liquefa, incontrano una zona alberata, un giardino, un viale.
Bastano pochi metri per sentire la differenza fra la zona asfaltata e quella
alberata.
Ecco perchè le nostre città dovrebbero essere molto più ricche
di alberi, di verde, e non sacrificare ogni spazio libero, cementificandolo,
riducendolo a posteggio, ingabbiando nel cemento le radici degli alberi, che
lo sollevano nello sforzo di sopravvivere e respirare, ma finiscono per intristire
e seccare.
Il verde cittadino è un prezioso patrimonio di cui non ci si rende conto,
lo si lascia deperire, non si sostituiscono gli alberi morti, si potano spesso
in maniera selvaggia forse per inesperienza degli operatori o più probabilmente
per favorime gli interessi, vendendone la legna.
Una piccola speculazione, certo non paragonabile alle grandi speculazioni edilizie,
ma non per questo meno dannosa alla salute di una città.
Dicevo che gli alberi sono dei monumenti naturali. Guardiamone qualcuno, che
in inverno si sia spogliato di tutte le foglie.
Ne vediamo l’ossatura dei rami. Le strutture più grandi portano
strutture più piccole e queste strutture ancora più piccole, e
così via, strutture che si ripetono tutte simili le une alle altre e
che ci esemplificano quello che intendiamo quando in matematica si parla dei
frattali.
Guardiamo in primavera lo splendore dei ciliegi, dei susini, dei peri pieni
di fiori bianchi quasi ad apparire come coperti di neve, o l’intenso rosa dei
peschi; guardiamo le campagne toscane o umbre dove il verde argento dell’ulivo
si alterna al verde cupo dei cipressi o a quello più chiaro dei pini.
Li ritroviamo nei dipinti famosi di Filippo Lippi, del Beato Angelico, di Giotto,
di tanti altri pittori, e noi siamo fortunati di poterli ancora osservare in
natura.
Speriamo che le generazioni future non debbano vederli solo riprodotti nei musei
o conservati nei giardini botanici, o peggio ancora come immagini fornite dal
computer.
Un mondo senza alberi sarebbe un mondo ben più monotono e povero; quanto
sono brutte le città prive di viali, scarse di alberi, senza giardini,
e sempre più inquinate.
Eppure ormai da decenni le piogge acide seguitano a distruggere quella che era
una delle maggiori foreste europee, la foresta nera, in Germania, mentre i parassiti
stanno devastando gran parte dei cipressi toscani, i gas di scarico delle auto
minacciano la salute dei più bei viali delle nostre città.
A Firenze i viali di circonvallazione, e il celebre viale dei Colli sono diventati
una vera e propria autostrada, percorsi ogni giorno a ogni ora da fiumi ininterrotti
di macchine. Villa Borghese a Roma è traversata e tagliata a metà
da una strada che autobus e macchine percorrono incuranti di ogni limite di
velocità; e gli esempi potrebbero continuare per pagine e pagine.
Se facciamo deperire un albero, se non curiamo un prato o anche un filo d’erba,
feriamo e uccidiamo noi stessi.