LA VEGETAZIONE
MEDITERRANEA
di Filippo
Bussotti e Bartolomeo Schirone
tratto da "Propagazione per seme di alberi
e arbusti della flora mediterranea"ANPA 2001
Introduzione
Nel mondo esistono
cinque regioni geografiche caratterizzate da un clima e da una vegetazione
cosiddetti di tipo 'mediterraneo'.
La principale di queste regioni riguarda propriamente il bacino del Mare Mediterraneo
anche se, dal punto di vista climatico, l'area mediterranea si estende fino
al Pakistan (Daget 1977).
All'interno di questa area la vegetazione di tipo mediterraneo si ritrova
in una fascia più o meno ampia dell'Europa meridionale, dell'Africa
settentrionale e del vicino Oriente e in un'area dai confini ancora incerti
a cavallo tra Afganistan e Pakistan.
Le altre regioni sono in California, nel Cile, in Sud Africa ed in Australia
sud-occidentale.
Tutte queste regioni sono comprese all'incirca fra i 30° e i 45° di latitudine
dei due emisferi.
![]() |
| vegetazione meditteranea nel Parco Naturale della Maremma (foto F.Bussotti, Dip.Biologia Vegetale , Uni FI) |
Complessivamente
esse rappresentano l'1,2% delle terre emerse: più della metà dell'estensione
di queste appartiene al bacino del Mediterraneo.
Il clima mediterraneo è interpretato come un regime di transizione
fra i climi temperati e quelli tropicali-aridi evolutosi durante il terziario
a partire da condizioni caldo-umide (Di Castri & Mooney 1973) in seguito all'assestamento
del clima planetario.
Esso è caratterizzato da piogge concentrate in inverno, da un periodo
ben distinto e di lunghezza variabile di aridità estiva, da alta variabilità
nelle precipitazioni annue, da estati calde e da inverni da miti a freddi
con assenza delle escursioni termiche tipiche dei climi continentali.
Gelate e precipitazioni nevose sono rare ed in generale si esauriscono in
pochi giorni.
In queste regioni la vegetazione è molto eterogenea, costituita prevalentemente
da foreste sempreverdi e caratterizzata dalla massiccia presenza di formazioni
arbustive di specie sempreverdi, a foglia coriacea (sclerofille).
Tali formazioni prendono vari nomi: 'macchia' (Italia), 'maquis' (paesi francofoni
del bacino del Mediterraneo), 'chapar - ral' (California), 'matorral' (Spagna
e Cile), 'mal - lee' (Australia), 'fynbos' (Sud Africa) (Di Castri & Mooney
1973, Di Castri et al. 1981). L'Italia è un paese mediterraneo di particolare
interesse in quanto, nell'ambito delle specie europee meridionali e mediterranee,
è punto d'incontro tra la flora iberica e nord africana e la flora
balcanica e asiatica anteriore.
Aspetti ecofisiologici
Le strategie
che le specie mediterranee hanno sviluppato per sopravvivere all'aridità
estiva possono essere classificate in due grandi categorie: strategie di 'resistenza'
e strategie di 'tolleranza'.
Le prime consistono nell'insieme di meccanismi che la pianta attiva per evitare
l'insorgere di stress; le strategie di tolleranza, invece, permettono alla
pianta di svolgere normalmente le sue funzioni vitali anche in situazioni
di carenza idrica. Strategie di resistenza (o di evitanza, secondo vecchie
terminologie) sono la caduta delle foglie, la riduzione dell'apparato vegetativo,
la riduzione della traspirazione per mezzo della chiusura stomatica, ecc..
Fra le strategie di tolleranza vanno annoverati, invece, vari meccanismi di
opposizione alla disidratazione attraverso l'attivazione di proprietà
protoplasmatiche non ancora completamente chiare.
Uno dei più interessanti, e a lungo studiati, adattamenti al clima
mediterraneo è rappresentato dalla sclerofillia, ossia l'ispessimento
delle foglie, generalmente piccole, che si presentano coriacee.
È normalmente accettato che la sclerofillia è una risposta adattativa
al deficit idrico estivo tipico dei climi mediterranei, ma va osservato che
le specie sclerofille non sono esclusive di tali ambienti, e sono molto diffuse
anche in regioni calde e umide come quella macaronesica (Isole Canarie).
È stata pertanto
avanzata l'ipotesi che l'habitus sclerofillico delle specie mediterranee sia
derivato da strutture anatomiche di tipo laurofillico proprio di specie differenziatesi
in zone umide e solo più tardi acclimatate a climi più aridi
(De Lillis 1991).
La sclerofillia è inoltre considerata come un fenomeno adattativo secondario,
legato alle condizioni di scarsa fertilità dei suoli su cui questa
vegetazione si è evoluta, soprattutto in relazione alle carenze di
fosforo e di azoto.
La struttura fogliare delle sclerofille mediterranee è caratterizzata
da cuticole spesse ed un mesofillo molto denso, formato da più strati
di tessuto a palizzata.
In tal modo gli spazi intercellulari sono scarsi, e questo implica una certa
difficoltà negli scambi gassosi.
Ciò protegge la foglia da un'eccessiva traspirazione ma, allo stesso
tempo, ne riduce l'efficienza fotosintetica e, in ultima analisi, la capacità
di crescita.
Inoltre, le foglie sono spesso impregnate di sostanze che hanno funzione protettiva,
ma hanno un costo metabolico molto alto e di conseguenza assorbono molte energie
sottraendole alla crescita.
La chiusura degli stomi avviene nelle ore più calde della giornata.
Tuttavia, quando la carenza idrica è molto prolungata si può
avere una vera e propria condizione di "riposo" estivo.
Spesso le sempreverdi bloccano ogni attività durante la stagione caldo-arida
e la riprendono in autunno o, addirittura, nel corso dell'inverno.
Giornate miti e soleggiate, abbastanza frequenti negli inverni mediterranei,
sono sufficienti ad indurre la funzione fotosintetica.
Le piante mediterranee, inoltre, sviluppano spesso un apparato radicale molto
esteso e profondo, che consente di assorbire acqua dal suolo anche in situazioni
di forte aridità, cosicchè esse riescono a svolgere la fotosintesi
in presenza di potenziali idrici fortemente negativi nelle foglie, sebbene
in queste condizioni siano soggette ad un forte consumo delle riserve di amido.
Specialmente durante il periodo di forte riscaldamento estivo, infine, molte
specie mediterranee emettono dalle foglie composti volatili, come isoprene
e monoterpeni, che, in presenza di luce e di composti antropogenici, producono
un vero e proprio 'inquinamento naturale' (principalmente ozono troposferico).
Le specie mediterranee, in conclusione, dal punto di vista fenomorfologico,
possono ricorrere a un vasto spectrum di possibilità per completare
il ciclo vitale.
Ciò consente un'ottimizzazione delle risorse ambientali ed una competizione
minima tra quelle specie che coesistono nello stesso habitat.
Strutture vegetazionali
Le strutture
vegetazionali tipiche dell'ambiente mediterraneo sono state profondamente
analizzate da numerosi Autori e ben codificate (Pignatti 1998).
La foresta sempreverde è formata da uno strato arboreo normalmente
monospecifico, da uno strato arbustivo e da liane.
Lo strato erbaceo è pressochè assente perchè la luce
arriva molto debolmente al suolo.
La più tipica ed evoluta delle formazioni mediterranee è senza
dubbio la foresta sempreverde dominata dal leccio (Quercus ilex), presente
in tutto il bacino del Mediterraneo anche se nella parte occidentale (Spagna
e Portogallo) la sottospecie ilex (Quercus ilex subsp. ilex),
è sostituita dalla sottospecie rotundifolia (Quercus ilex subsp.
ballota).
Specie vicariante, soprattutto nel settore orientale, è la quercia
spinosa (Quercus coccifera subsp. coccifera e subsp. calliprinos).
In Italia il leccio ha una distribuzione prevalentemente costiera e si trova
soprattutto sul versante tirrenico.
Più a Sud si sposta in aree più interne e montane e può
raggiungere, come nelle Madonie, il piano di vegetazione del faggio.
Il leccio è ubiquitario nei confronti del suolo.
Secondo la nomenclatura fitosociologica l'alleanza caratterizzata dal leccio
prende il nome di Quercion ilicis.
La lecceta italiana viene suddivisa in diverse associazioni:
- Orno-Quercetum ilicis, cioè bosco misto di leccio e
orniello (ed altre specie caducifoglie) di collina e bassa montagna.
Ha carattere di transizione, ovvero rappresenta la cerniera fra il bosco sempreverde
e quello caducifoglio.
Lungo la costa adriatica è diffuso fino al mare.
- Viburno-Quercetum ilicis, o Quercetum ilicis galloprovinciale.
Rappresenta la fase evolutiva climax.
- Teucrio siculi-Quercetum ilicis, ossia la lecceta di montagna tipica della Sicilia.
Al bosco di
leccio spesso partecipa o si sostituisce la sughera (Quercus suber).
Le sugherete si trovano soprattutto nel settore occidentale del Mediterraneo
(la loro distribuzione è legata al Quercion ilicis) e sono prevalentemente
di origine colturale. Infatti, la sughera, che è specie eliofila, tende
a formare boschi misti, ma si ritrova in formazioni pure perchè coltivata
per la sua corteccia.
In Italia le sugherete si sviluppano sui suoli acidi del litorale tirrenico,
in Sicilia e, soprattutto, in Sardegna dove la specie è ampiamente coltivata.
La macchia
è una comunità di specie arbustive molto densa e con una composizione
floristica simile a quella delle foresta sempreverde, anche se mancano gli
individui arborei.
Si può originare dalla foresta sempreverde a seguito di azioni di disturbo
antropico come l'incendio ripetuto, il pascolo o i tagli frequenti (macchia
secondaria) o può essere il risultato di una combinazione di fattori
climatici (ad es. vento) ed edafici molto difficili che mantengono la cenosi
in una condizione di paraclimax impedendone l'evoluzione verso strutture
propriamente forestali (macchia primaria).
Va specificato che diverse specie proprie della macchia che generalmente vengono
considerate arbustive in realtà assumerebbero portamento arboreo se
le azioni di disturbo cessassero.
È il caso, ad esempio, della quercia spinosa, della fillirea o del
ginepro.
Va, anzi, considerato che alcune specie, come per l'appunto il ginepro, probabilmente
partecipano alla macchia solo perchè vi hanno trovato condizioni rifugiali.
In situazioni favorevoli esse davano origine a formazioni forestali, e forse
tornerebbero a costituirle, come in alcuni tratti della Sardegna e della Corsica.
La macchia mediterranea si differenzia in numerose categorie, in base all'altezza
(macchia alta e macchia bassa), alla densità ed alla composizione specifica.
La macchia può rappresentare un aspetto (silvofacies) degradato della
lecceta (Viburno- Quercetum ilicis) ed, in questo caso, si può
distinguere una tipologia basata sulle specie prevalenti (per es., ad Erica
arborea, a leccio arborescente, ecc.).
Negli ambienti più caldi e aridi la macchia rappresenta invece una
formazione climax o para - climax dell'Oleo-Ceratonion.
In Italia, si possono distinguere le seguenti forme:
- formazioni riparie ad oleandro, nelle fiumare e nei torrenti temporanei in cui il periodo di aridità è molto lungo;
- macchia a quercia spinosa, diffusa soprattutto in Puglia e Sicilia;
- macchia a ginepri, sulle dune costiere consolidate soprattutto della Sicilia e della Sardegna;
- macchia a olivastro e lentisco, è una formazione molto termofila e rappresenta il tipo più diffuso di macchia litoranea (esistono varianti con Calicotome e con Euphorbia dendroides);
- macchia bassa a erica, cisti e lavanda, rappresenta un estrema forma di degrado prima della gariga, si sviluppa su terreni acidi e poveri di nutrienti e frequentemente percorsi da incendi.
La gariga
(da garrigue, il nome francese della quercia spinosa) rappresenta una delle
forme più degradate della macchia ed è caratterizzata da vegetazione
bassa e sporadica con larghi tratti di terreno nudo affiorante.
La gariga contiene una grande diversità floristica ed è un habitat
tipico per numerose specie di orchidee.
Ulteriori stadi di degrado della gariga conducono alla steppa, con un soprassuolo
erbaceo a prevalenza di graminacee.
Un'altra formazione tipica della vegetazione mediterranea è il bosco
di pino.
Le pinete
sono caratterizzate da copertura poco densa e discontinua per cui la luce
arriva abbastanza intensa nello strato inferiore che risulta costituito perlopiù
da cespugli della macchia .
Le pinete in natura rappresentano lo stadio evolutivo iniziale della vegetazione
mediterranea, ma anche il primo passo verso la colonizzazione di terreni nudi
o devastati dal passaggio del fuoco.
In genere, però, in ambiente mediterraneo le pinete sono di origine
antropica.
I pini, infatti, essendo eliofili ed a rapido accrescimento si insediano più
facilmente in aree scoperte.
Alla flora italiana appartengono tre pini mediterranei:
il pino domestico (Pinus pinea),
il pino d'Aleppo (Pinus halepensis) e
il pino marittimo (Pinus pinaster).
![]() |
| tipica pineta litoranea (foto F.Bussotti, Dip. Biologia Vegetale, Uni FI) |
Le pinete
a pino domestico sono diffuse soprattutto lungo il Tirreno (le formazioni
più importanti sono in Toscana e Lazio) e nell'alto Adriatico (Ravenna).
Nonostante il pino domestico sia indigeno in Italia, le nostre pinete sono
praticamente tutte di origine artificiale.
Sono state costituite, infatti, a scopo protettivo, per produrre pinoli oppure
per finalità turistiche e paesaggistiche.
Il loro abbandono comporta, in tempi più o meno lunghi, il ritorno
del bosco di latifoglie.
Le pinete a pino d'Aleppo sono diffuse soprattutto in Liguria ed in Puglia,
anche se questa specie si ritrova un pò dovunque sui litorali.
In Umbria è presente l'unica stazione non costiera.
Il pino d'Aleppo colonizza i terreni più difficili e si ritrova associato
anche alle forme più degradate della macchia.
La sua diffusione viene, entro certi limiti, favorita degli incendi.
Infine, le pinete a pino marittimo sono diffuse soprattutto in Liguria e nell'alto
Tirreno, ma ne esiste anche un nucleo separato a Pantelleria ed uno, quasi
sicuramente indigeno, in Sardegna.
Questa specie è la più esigente e la meno termo-xerofila fra
i pini mediterranei e può spingersi fino alla media collina.
In senso lato si
può considerare come "mediterranea" anche la vegetazione
dei piani superiori che ricadono all'interno di un clima di questo tipo.
Per l'Italia la "mediterraneità" comprende tutta la regione appenninica.
Così si puòò distinguere un piano sub-mediterraneo, formato da querceti
decidui xero-termici, ed un piano mediterraneo-montano con faggete e pinete
montane a pino nero. Tutte queste formazioni sono adattate a condizioni di
aridità estiva.
Biodiversità
Gli ecosistemi
mediterranei sono costituiti da ambienti molto eterogenei e differenziati
fra loro, per cui sono considerati una grande riserva di biodiversità
vegetale (Sch önfelder & Schönfelder 1996).
Una peculiarità degli ambienti mediterranei è la grande influenza
dell'azione umana quale fattore di specializzazione e di evoluzione della
vegetazione, la conseguenza di questi condizionamenti è che la flora
mediterranea risulta tra le più diversificate del mondo.
Va sottolineato che alcune piante particolari (palme, piante carnivore, succulente,
ecc.) sono rare o quasi assenti in questo contesto, forse come diretta conseguenza
dell'origine relativamente recente di questa flora.
Nel bacino del Mediterraneo è di particolare importanza l'elevato numero
di specie vegetali endemiche (Quézel 1995 e 1998) che rappresentano circa
il 50% del numero totale di piante vascolari censite in questo ambiente (circa
12.500 secondo Quézel).
Molti endemismi hanno un habitat molto ristretto e, a questo proposito, le
condizioni di insularità giocano un ruolo decisivo sia per la flora
sia per la fauna.
Nella regione mediterranea esistono aree di eccezionale concentrazione di
biodiversità ed elevata densità di specie endemiche chiamate
hot spots (Médail & Quézel 1997).
In Italia queste aree si ritrovano in Sicilia e Sardegna.
È molto importante anche l'aspetto della variabilità genetica
intra-specifica, cioè all'interno di una medesima specie.
L'Italia meridionale rappresenta l'estremo limite meridionale di molte specie
a larga diffusione europea, come il faggio, la rovere, l'abete bianco.
É ritenuto che in epoca glaciale le regioni meridionali abbiano rappresentato
delle'aree rifugio da cui queste specie si sono poi nuovamente diffuse nel
resto d'Europa.
Per questi motivi
l'Italia meridionale è una grande riserva di variabilità genetica la
cui importanza è oggi universalmente riconosciuta.
Avversità
Il fuoco è
sicuramente uno dei maggiori pericoli per la vegetazione mediterranea, anche
se essa ha sviluppato delle strategie di difesa (pirofitismo passivo) e di
recupero (pirofitismo attivo).
Le piante di questi ambienti sono in grado di difendersi per mezzo di cortecce
spesse (come la sughera e molti pini) e del contenuto idrico delle foglie
(esse contengono normalmente più acqua rispetto a piante che vivono
in ambienti mesici).
Le strategie di recupero della vegetazione contemplano la facilità
di disseminazione e la spiccata capacità pollonifera da parte delle
ceppaie di molte latifoglie.
Insieme al fuoco, i cambiamenti di uso del suolo rappresentano la minaccia
maggiore per gli ecosistemi mediterranei in quanto ne provocano la frammentazione
e ne ostacolano le comunicazioni.
Gli ambiti costieri, in particolare, appaiono i più fragili giacchè
ospitano le grandi vie di comunicazione stradali e ferroviarie, nonchè
numerosi insediamenti industriali ed urbani.
Anche l'uso turistico di tali aree comporta spesso la distruzione delle formazioni
dunali ed una forte pressione sulle foreste circostanti (Davis & Richardson
1995).
Dal momento che la vegetazione mediterranea è adattata alle condizioni
naturali di stress e presenta una notevole resilienza ecologica, molti studiosi
non ritengono preoccupanti gli effetti dei cambiamenti climatici (Moreno &
Oechel 1995).
Tuttavia, fenomeni di desertificazione possono avverarsi nelle situazioni
estreme, laddove gli equilibri ecologici sono più precari.
Inoltre, occorre considerare le interazioni fra cambiamenti climatici e attività
dei parassiti di debolezza.
L'attività di questi ultimi può venire favorita da condizioni
di stress idrico delle piante, come per esempio nel caso del deperimento del
leccio e della sughera nella penisola iberica (Luisi et al. 1992).
Anche parassiti virulenti, come Matsococcus feyitaudi (cocciniglia corticicola
del pino marittimo) possono essere favoriti da condizioni di aridità.
L'inquinamento atmosferico è un fattore generalmente poco considerato
nell'ecologia mediterranea.
L'Europa meridionale è certamente un'area ad alto rischio, anche se
le possibili conseguenze sugli ecosistemi mediterranei sono largamente sconosciute
(Bussotti & Ferretti 1998).
Più conosciuto è l'effetto dell'inquinamento marino da tensioattivi
(sostanze detergenti): tali sostanze, che si ritrovano in grande quantità
nelle acque reflue scaricate a mare dalle aree metropolitane, mescolate con
il sale marino sono in grado di provocare gravi deterioramenti alle formazioni
vegetali costiere.
Importanza economica della vegetazione mediterranea
Attualmente
l'importanza economica della vegetazione mediterranea è considerata
soprattutto dal punto di vista protettivo (lotta contro l'erosione e la desertificazione)
ed estetico-turistico.
La produzione legnosa è molto limitata a causa dei lenti accrescimenti
e, in genere, viene ricavata soltanto legna da ardere.
Tuttavia, le potenzialità economiche sono molto ampie e devono essere
attentamente valutate (Bernetti 1995).
Per quanto riguarda i prodotti legnosi, molte specie possono fornire assortimenti
destinati a specifici lavori artigianali.
Un prodotto legnoso particolare è rappresentato dal ciocco d'erica,
con cui vengono fabbricate le pipe.
Fra i prodotti non legnosi si deve ricordare il sughero (sughera), la resina
(estratta da diverse specie di pino), le cortecce di pino (che vengono usate
per pacciamatura).
Frutti vengono prodotti dal pino domestico, dal corbezzolo e dal carrubo;
quelli del mirto vengono usati per la produzione di liquore.
Molto importante è la produzione di miele; fra i mieli pregiati si
annovera quello del corbezzolo.
La macchia mediterranea è, inoltre, una grande riserva di piante aromatiche
per uso culinario (rosmarino, salvia), officinali (lavanda) e ornamentali.
Recentemente nelle foglie di olivastro, fillirea, mirto sono stati individuati
composti fenolici di grande interesse nella farmacopea.
Infine, non va trascurata l'importanza della vegetazione mediterranea quale
habitat di una grande varietà di animali selvatici e d'allevamento.
ANPA - Propagazione per seme di alberi e arbusti della flora mediterranea ANPA -
Bibliografia
Selvicoltura speciale. UTET, Torino. Bussotti F., Ferretti M., 1998. Air pollution, forest condition and forest decline in Southern Europe. An overview. Environmental Pollution 101: 49-65. Daget P., 1977. Le bioclimat méditerranéen: caractères géneraux, modes de caractérisation. Vegeta - tio 34: 1-20. Davis G.W., Richardson D.M. (eds), 1995. Mediterranean–type ecosystems. Ecological Studies 109. Springer, Berlin. De Lillis M., 1991. An ecomorphological study of the evergreen leaf. Braun-Blanquetia 7:1-126. Di Castri F., Goodall D.W., Specht R.L. (eds), 1981. Mediterranean-type shrublands. Ecosystems of the World 11. Elsevier, Amsterdam. Di Castri F., Mooney H.A. (eds), 1973. Mediterranean - Type Ecosystems. Origin and Structure. Ecological Studies 7. Springer, Berlin. Luisi N., Lerario P., Vannini A. (eds), 1993. Recent Advances in Studies on Oak Decline. Proceedings of an International Congress, Selva di Fasano (Brindisi), Italy, 13-18 September, 1992. Università degli Studi, Dipartimento di Patologia Vegetale, Bari. Médail F., Quézel P., 1997. Hot-spots analysis for conservation of plant biodiversity in the Mediterranean basin. Annals of the Missouri Botanical Garden 84: 112-127. Moreno J.M., OechelW.C. (eds), 1995. Global change and Mediterranean - Type ecosystems. Eco - logical Studies 117. Springer, New York. Pignatti S., 1998. I boschi d'Italia: sinecologia e biodiversità. UTET, Torino. Quézel P., 1995. La flore du bassin méditerranéen: origine, mise en place, endémisme. Ecologia Mediterranea 21: 19-39. Quézel P., 1998. Caracterisation des forêts mediterranéenness. In (Empresa de Gestion Medioambiental S.A. Consejeria de Medio Ambiente Junta de Andalucia, ed.). Conferencia international sobre la conservacion y el uso sostenible del monte mediterráneon. 28-31 Octubre 1998, Málaga. p.19-31. Schönfelder I., Schönfelder P., 1996. La flora mediterranea. De Agostini, Novara.