Si tratta di una gestione non semplice, contrariamente a quanto potrebbe sembrare a prima vista. Gli interventi, sebbene a carattere colturale, debbono essere necessariamente di limitata estensione e ben calibrati nell’intensità, eliminando solo quella parte di soprassuolo arboreo “in eccesso” al fine di garantire il giusto grado di copertura che eviti l’affermarsi del piano arbustivo o di una precoce rinnovazione naturale poco compatibile con l’attuale momento evolutivo del bosco.
Per tale motivo il costo delle operazioni colturali è piuttosto elevato ed il ricavato, in termini di massa legnosa, non copre certo le spese sostenute. Ma si tratta di proseguire un’opera di rivalutazione del patrimonio forestale avviata negli anni ‘30 dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali (ASFD) e proseguita negli ultimi anni dalla Regione Liguria che ha affidato la gestione di tale patrimonio al Corpo Forestale dello Stato.
E’ auspicabile che anche per il futuro possano essere attuati sul bosco gli interventi previsti e che l’azione intrapresa dai tanti uomini che hanno duramente lavorato per “rigenerare” il bosco non sia interrotta o perda di incisività e significato.
Risorse finanziarie e razionali linee di gestione, naturalmente, sono essenziali per individuare obiettivi e per realizzare lavori, ma non bastano: occorrono anche professionalità a tutti i livelli, a partire da chi taglia (o pianta) gli alberi per finire a chi organizza e dirige tali lavori.
Purtroppo, però, sulle tematiche forestali si osserva oggi una certa disattenzione ed una conseguente genericità d’intenti. Sembra infatti più comodo affidarsi a concetti semplici quanto inadeguati come le “ripuliture” del bosco o la sua “manutenzione”, quasi si trattasse di affrontare problemi che sono comuni a manufatti o infrastrutture prescindendo da una visione ecologico-evolutiva. Diventa così impossibile, in un quadro di complessiva banalizzazione delle questioni legate alla gestione del bosco, ragionare in termini selvicolturali, al riparo dai luoghi comuni e dall’improvvisazione.
Al contrario, dovrebbe essere la cultura del bosco a farsi strada, in modo da evitare sommari giudizi volti ad individuare nel passato solo errori e per il futuro soluzioni semplici e certezze che possono avere facile presa solo su chi conosce poco o nulla del sistema-foresta.
Rimane il fatto che il “Bosco delle Lame” è molto bello ed interessante anche se l’uomo ha contribuito in maniera determinante sia al suo degrado e sia, più recentemente, alla sua ricostituzione. E’ certamente un bosco molto conosciuto ed amato dalle popolazioni locali e per questo motivo gli andrebbe riconosciuto il ruolo di “Lucus”, di bosco sacro.
Sacralità a parte, potrebbe davvero rappresentare un punto di confronto ideale per tentare il recupero, nelle aree interne, di quella cultura del lavoro forestale che oggi rischia di andare perduta per sempre.